6. Istruzione di qualità, cioè inclusiva, partecipata, laica, accogliente, femminista
18 gennaio 2018
Aumento delle tasse universitarie, a Bari e Bologna parte la mobilitazione!
29 gennaio 2018

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un’accelerata nei processi trasformativi di scuola e università come mai si era visto in questo paese. Al centro di queste trasformazioni non si può che situare il nodo conoscenza-lavoro ma soprattutto una nuova ideologia del merito e del valutare che sta cambiando drasticamente il modo di intendere la didattica e l’accesso al sapere.

Da un lato infatti le presunte esigenze della spending review hanno portato ad un taglio netto dei fondi per l’istruzione pubblica, ma soprattutto hanno dato vita a nuovi meccanismi di ripartizione delle briciole a partire dalle esigenze della produzione o – nella sua forma politically correct – mettendo al centro l’utilità delle conoscenze del mondo della formazione nel campo della produzione. E così si è fatta largo una nuova forma non solo di merito, ma di misura del merito che trova in questo paradigma il terreno più fertile per trasformazioni profonde. Le diverse classifiche di esaltazione dello stato occupazionale dei laureati, o, per quanto riguarda la scuola, tutta la narrazione che ruota attorno all’alternanza scuola-lavoro, non si interrogano minimamente sui contesti di riferimento, risultando così determinate da fattori “esterni”: il tessuto economico del territorio o le condizioni socio-economiche delle famiglie.

E’ stata così inaugurata una nuova forma di gara ad ostacoli: una valutazione sempre più votata alla quantificazione e standardizzazione nelle scuole (come nei test Invalsi) viene ripagata con i risultati dei test di accesso all’università, in cui i corsi a numero chiuso diventano sempre più la norma.

Contemporaneamente il dogma del curriculum accoglie prima lo studente nei percorsi di alternanza scuola-lavoro e successivamenti nei tirocini e in altre esperienze post laurea, che risultano tutte forme di lavoro gratuito. Questo non sarebbe stato possibile senza una snaturazione della comunità scolastica e universitaria, che avrebbe dovuto decidere sul proprio futuro, in favore di un pilota automatico basato sul calcolo delle prestazioni. Questo calcolo, come si diceva prima, esalta semplicemente le condizioni del contesto di partenza e approfondisce il divario tra territori diversi e tra estrazioni sociali differenti.

Dentro l’Università l’ANVUR ha svolto il ruolo di Caronte della Valutazione, trasportando l’intero sistema verso le rive della competizione per le risorse scarse, in poche parole l’inferno della produttività a tutti i costi, del mantra dell’autovalutazione come autoflagellazione, nell’economia della fiducia algoritmica.

 

Sconfiggere la meritocrazia, abolendo il numero chiuso e ripensando scuola e università

“Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”

Non bocciare”, questo era la prima riforma della scuola proposta da Don Milani cinquant’anni fa nel libro “Lettera ad una professoressa” (le altre due: “a quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno” e “agli svogliati basta dargli uno scopo”).
Un’idea rivoluzionaria, in piena controtendenza rispetto al modello di scuola italiano, profondamente punitivo ed edificato a partire dalle necessità del mercato, un sistema individualizzante e competitivo, al quale Don Milani ne contrappose uno solidaristico, comunitario, teso alla crescita individuale e collettiva tanto degli studenti quanto del corpo docente. “Non bocciare”, dunque, come primo passo per non lasciare più nessuno indietro. A distanza di cinquant’anni, il primo passo in avanti arriva con la parziale abolizione della bocciatura alle scuole elementari e medie, ma non basta. Forse è proprio dal ripensamento della didattica e della valutazione che bisogna ripartire per costruire una scuola capace di trasformare la società.

Da quest’anno, infatti, nelle scuole elementari e medie per non essere bocciati basterà un professore contrario alla bocciatura. Di certo un avanzamento, che mette in crisi una concezione di fondo autoritaria della scuola pubblica italiana, ma che in profondità non ribalta la vera natura del sistema scolastico italiano, ancorato spesso ad un modello di gentiliana memoria. Il mantenimento del sistema numerico come metro di quantificazione degli studenti infatti, nasconde la riproduzione di un sistema pedagogico volto a rispondere alle esigenze di mercato; la logica meritocratica, mantra della contemporaneità che produce la polverizzazione della società e pervade il mondo della scuola mettendo in crisi i rapporti tra gli studenti non viene smantellata, ma permane subdolamente negli esiti dei singoli test e nel processo valutativo quantificato in valori numerici che si estende lungo tutto l’anno scolastico. Sarebbe necessaria una riforma più complessiva e coraggiosa, che abolisca il voto numerico e che riformi in tutto e per tutto il processo educativo e pedagogico.

Da anni affermiamo la necessità di sostituire al voto numerico un sistema di diversi strumenti valutativi: una valutazione narrativa dello studente che rifletta non solo sul singolo test, ma su tutto il percorso e sul metodo di studio utilizzato, lasciando anche lo spazio per una valutazione bidirezionale, quindi non solo dal docente allo studente, ma anche dallo studente al docente. “Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, gli uomini si educano insieme, con la mediazione del mondo.” scrisse Paulo Freire ne “La pedagogia degli oppressi”. In modo simile Antonio Gramsci rifletté sul ruolo pedagogico e sul concetto di intellettuali, riconoscendo l’importanza delle riflessioni dei subalterni e sul ruolo pedagogico del mondo della formazione, immaginata dall’intellettuale sardo come motore per una società più eguale.

Il mondo universitario d’altro canto ha sempre vissuto della retorica dell’autorità, il nuovo processo che qui si sta affacciando va nella stessa direzione ma in maniera molto diversa: provando a sostituire l’autorità della persona con l’autorità del metodo. Strumenti sempre più precisi di calcolo e statistiche della produttività scientifica, utilizzo sempre più fantasioso di medie e mediane nella didattica, analisi delle performance basate sulla velocità, la quantità di CFU, i risultati occupazionali. La competizione è l’elemento fluido che permette ad un sistema di valutazione autofondato di poter avanzare, trasformando le esistenze delle tante e i tanti che attraversano il mondo della formazione universitaria. I fondi infatti di cui si sostanzia l’intero sistema formativo sono ormai organizzati in gare, l’esercizio di valutazione della VQR e la gara per i dipartimenti di eccellenza sono diventate di fatto delle guerre tra poveri, determinate quasi esclusivamente dalle posizioni di partenza. La selezione sempre più stretta tra studenti, trasformatisi in utenti e concorrenti, ha portato dentro l’università il metodo barbaro di selezione del mercato del lavoro, i corsi a numero chiuso sono diventati centri di eccellenza solo grazie alla retorica di cui si sono ammantati, figli di una lunga filiera dell’esclusione e dell’emarginazione sociale.

Ripensare l’università vuol dire immaginare una comunità che si mette al centro del sistema, che non accetti di essere considerata solo dalle sue performance ma dalle sue scelte, autovalutarsi senza poter decidere di sé stessi è semplicemente un’operazione di masochismo: tornare invece ad un dibattito e riaccendere le proprie capacità di autoriflessione e di auto-ripensamento vuol dire immaginare una capacità di dialogo e confronto di per sé performativa. Gli studenti, i precari della ricerca, gli ultimi figli di questo macchinoso sistema alimentare delle conoscenze, devono trovarsi protagonisti di questo dibattito. E così le loro istanze, le esigenze della ricerca e della didattica, senza che esse vengano rimasticate dagli algoritmi anvuriani e senza che un ministero possa fare il bello e il cattivo tempo cambiando da un giorno all’altro metodi e parti della torta dei finanziamenti.

 

La Valutazione come strumento di controllo della conoscenza e riproduzione delle disparità all’interno degli atenei

Nel 2006 vede la luce l’ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca). Fra i suoi ruoli fondativi vi è in principio quello di un’attività valutativa del sistema universitario nel suo complesso secondo criteri da essa stessa determinati, che riguardino ambiti come l’efficienza di spesa e la qualità della ricerca. Dietro la maschera del valutatore imparziale rispetto al settore universitario, si è rivelata una grave tendenza in concomitanza con i tagli all’istruzione: i criteri di valutazione determinati dall’ANVUR  stessa vanno a influenzare il riparto dei fondi, andando a “premiare” poli universitari già facoltosi, generalmente calati in contesti economici particolarmente dinamici. Valutare l’operato di un ateneo in base a criteri come l’occupabilità post lauream, fortemente dipendenti dal contesto regionale in cui opera, significa determinare i finanziamenti sulla base di fattori esogeni al sistema universitario stesso.

Così, la valutazione, piuttosto che uno strumento di indagine al servizio delle esigenze del sistema paese, diventa uno strumento punitivo: forte con i deboli e debole coi forti, che arriva a sancire la chiusura di interi dipartimenti e paventare la chiusura in toto di atenei interi perché non rientrano all’interno di paradigmi valutativi decisi arbitrariamente. Tener conto della performance degli atenei senza però correggere il dato in base al contesto e privilegiare la ricerca in ambito scientifico se legata alle esigenze dell’impresa punendo l’ambito umanistico, ha significato un drastico impoverimento del ruolo della conoscenza, ufficializzandone la subalternità rispetto alle esigenze del mondo dell’impresa e del profitto.
Se la conoscenza è quindi un “bene” scambiabile, che trova la sua legittimazione nell’essere esclusivamente “funzionale” al mercato, allora diventa legittima anche la progressiva adozione del numero programmato in numerosissimi corsi di laurea: il colpo finale al sistema di istruzione pubblico che andando a ridurre progressivamente gli studenti che hanno accesso agli studi. Si profila quindi un allineamento al modello universitario anglosassone: pochi, costosissimi, poli di eccellenza che diano lavoro sicuro in cambio del mutuo da accendere per potersi sostenere gli studi, dove il tanto mitizzato merito, poco può dinanzi al potere del censo.

Valutazione di sistema nella scuola e come cambiarla

Se “giudichiamo un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido”. Dunque,  cosa implicano le INVALSI e perchè non servono ai fini della costruzione di un modello di scuola inclusiva?

La valutazione di sistema dovrebbe servire a migliorare la didattica in tutto il paese, non a distinguere “buoni” e “cattivi”, a fare graduatorie ed etichettare una sperequazione storica causata da diversi elementi. Un test a crocette non può valutare la preparazione dei singoli, nè può dare una misurazione reale della condizione della scuola italiana.

Nei dati analizzati si sottolinea il crescente divario “qualitativo” tra nord e sud del paese, un esito che non si interroga sulle cause e sulle soluzioni, ma si concentra sul risultato in sè, come se il quiz a crocette possa davvero valutare la complessità del sapere. Il 9 Maggio migliaia di studenti hanno boicottato le INVALSI come atto di rivolta ad un sistema di valutazione quantitativo che valorizza le nozioni e non le reali conoscenze degli studenti, un test standardizzato ovvero uguale per tutte le seconde classi che elude la differenziazione dei programmi e impone un adeguamento specifico della didattica al quiz.

Perchè a 1 studente su 3 le Invalsi come modello di valutazione non convincono?

Se le INVALSI devono servire a far emergere dei dati asettici, in cui sono le percentuali a raccontare la scuola italiana, allora non servono a nulla. La scuola di oggi non può guardare a pseudo risoluzioni statistiche, osservazioni vuote di analisi e contenuti. La valutazione di sistema deve servire a ripensare la didattica partendo dall’osservazione e dalla sperimentazione pedagogica, dal rinnovare i metodi della didattica: negli altri paesi europei, ad esempio, la lezione frontale ovvero quella basata sul rapporto unilaterale docente-studente, compone solo il 20% delle lezioni. Il restante insegnamento si concentra su metodi alternativi, come il “circle time” o la “lezione dialogata”. Valutare senza ripensare la didattica serve solo ad escludere, a restringere le possibilità, a punire, in questo modo l’istituzione si deresponsabilizza rispetto alla sua funzione pedagogica e diventa un arbitro imparziale, un osservatore esterno di migliaia di studenti calati nella logica competitiva e meritocratica che viene impartita nei banchi di scuola.

Ma guardiamo ai processi. I tagli al mondo della scuola hanno colpito in misura maggiore le regioni del mezzogiorno, le scuole periferiche delle grandi città: chi parte da condizioni svantaggiate ha valutazioni negative, ha meno finanziamenti e, nella scuola- azienda in cui lo Stato perde il suo ruolo, rimane indietro in un circolo vizioso che vede accusati docenti e studenti. La valutazione di sistema dell’attuale SNV rende un’immagine statica della scuola, individua il problema nei protagonisti e non nell’idea stessa che si è concepita attraverso le politiche neoliberali. Secondo quest’idea si pongono sempre più barriere al diritto allo studio e il merito diventa un pretesto per l’esclusione, tanto attraverso le INVALSI, quanto attraverso il numero chiuso. L’istruzione è definanziata, lasciata nelle mani di qualche finto benefattore che può usufruire dello “School Bonus” o degli sgravi fiscali dati dall’assunzione degli studenti che hanno fatto alternanza scuola- lavoro presso la sua azienda. Ecco che la scuola diventa un appendice, un passaggio, sempre subordinato alle necessità esterne, che coincidono spesso con quelle del mercato del lavoro.

Oggi più che mai assistiamo ad un processo di espulsione dai luoghi della formazione, in cui non solo si acuiscono le differenze tra licei e istituti tecnici e professionali, ma si sostituisce il “merito” al diritto allo studio: i parametri sempre più stringenti per le borse di studio, legate alla media scolastica ed una logica classista di divisione tra future classi dirigenti e manodopera a basso costo, puntano a precanalizzare gli studenti in relazione alla loro provenienza e background economico. A questo dobbiamo aggiungere i numeri chiusi, la cui espansione va letta proprio in relazione al modello di valutazione dominante: quello orientato al calcolo, alla programmazione, al servizio del mercato.

Lo “stigma” che si produce all’interno di scuola e università con questo concetto, diventa quello dell’incapacità, lo studente diventa il problema piuttosto che l’attore cui devono essere rivolte le soluzioni: se non rendi, vieni bocciato o rimandato o non consegui un buon risultato con i test INVALSI sei un peso. Questo non fa che alimentare la guerra tra poveri all’interno delle classi, una competizione che consiste nell’educare al conflitto tra studenti, sarai tanto più bravo e gratificato quanti più insuccessi ci saranno nella tua classe.
Diciamolo con un esempio: se in una classe di 25 studenti se ne bocciano e rimandano più della metà, è possibile che siano stati concentrati i peggiori “casi” esistenti nella città, o con più probabilità ci sarà un problema motivazionale anche legato ai metodi didattici? Ecco che, forse, le statistiche in questo senso possono orientare una riflessione, orientarla appunto posto l’obiettivo indispensabile del livellamento verso l’alto delle scuole. Tutte le scuole, ovunque esse siano collocate in una cartina dell’Italia.

La scuola di oggi invece è ancora “un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.
Valutare, dunque, non basta. Bisogna fare un’indagine sulla qualità dei percorsi, sugli strumenti che i docenti hanno per fare didattica nelle nostre classi. Ogni anno si spendono milioni per le prove INVALSI ed altri ancora se ne spenderanno quando le prove diventeranno obbligatorie ai fini degli esami di stato.
Vogliamo che siano messe al centro le scuole del sud e le scuole periferiche delle grandi città, molto spesso fanalino di coda nelle politiche sull’istruzione. Bisogna cambiare il sistema di valutazione e rendere la scuola realmente inclusiva: cambiamo i paradigmi dell’educazione per cambiare questa società!