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Il 19.9% dei giovani sono Neet, giovani che non studiano e non lavorano. Il 35.5% dei giovani invece sono disoccupati. Ma anche chi è occupato subisce dinamiche di povertà, vediamo infatti la presenza in Italia di oltre 6 milioni di working poors ossia persone povere anche se lavorano.  Secondo i dati OCSE attualmente è più facile trovare occupazione per un diplomato che per un laureato.

Ciò è vero ad un anno dal titolo, ma, nel lungo periodo, la percentuale di laureati che riesce a mantenere una occupazione sale al 72,2% contro il 43% dei diplomati. Il possesso di un titolo di studio universitario consente inoltre, sempre nel lungo periodo, seppure dopo anni di sacrifici e precarietà, incide positivamente sull’ammontare delle retribuzioni. Nell’assenza però di una idea precisa di quando sarà possibile realmente far valere a mobilità sociale, non per tutte le famiglie, nel breve periodo, la formazione risulta un investimento positivo o una scelta scontata. Secondo l’ISTAT la percezione di inutilità del titolo di studio incide ampiamente sulla dispersione universitaria. Tra i Millennial occupati, 2,3 milioni di giovani (il 46,7%) svolgono un lavoro di livello più basso rispetto alla propria qualifica. Per “risarcirsi” teoricamente delle spese legate alla formazione, al costo della vita, all’assenza di autonomia dei figli per le famiglie con reddito medio non beneficiarie di borsa di studio quindi, ci vorrebbero oramai più di 20 anni. “A che serve studiare se lavorando in un negozio prendo più soldi che tirocinio dopo tirocinio?” – Lo avranno pensato in molti negli ultimi anni. La difficoltà legata alla percezione negativa del mercato del lavoro ed alla svalutazione sociale di scuole ed università rende il nostro Paese uno degli ultimi per numero di laureati. Il rapporto tra formazione, libertà individuale, pressione sociale, mobilità sociale e modello di sviluppo e di futuro di Paese è quindi estremamente stringente. Sono attualissimi gli intrecci tra queste variabili, specie nella fase della quarta rivoluzione industriale, dell’innovazione digitale, delle fake news, ove la formazione e l’accesso critico a determinati strumenti ed alla realtà assume un ruolo sociale estremamente rilevante nella vita collettiva e nella determinazione del futuro di un Paese lontanissimo dagli obiettivi sul numero dei laureati di Europa2020.

Risulta sempre più centrale una misura universale di welfare quale il reddito di base, una misura che metta al centro il tema della redistribuzione della ricchezza per consentire a pieno l’autodeterminazione e che possa anche declinarsi in uno specifico reddito di formazione. Così come il reddito di base non deve sostituirsi alle rivendicazioni della contrattazione collettiva, di un salario minimo europeo ed all’estensione dei diritti nei luoghi di lavoro, il reddito di formazione, come declinazione del reddito di base, non deve assolutamente sostituirsi alle forme di diritto allo studio basate sull’ISEE o di gratuità dell’istruzione, ma aggiungersi a tali forme. Lo scopo di un reddito di formazione è infatti quello di emanciparsi totalmente dalla pressione sociale, lavorativa e da quella della propria famiglia, avere diritto a inventarsi e reinventarsi attraverso la potenza dei saperi. La misura, già presente in alcuni stati europei, ha principalmente due finalità: liberare energie, liberare tempo, liberare le scelte.

Infatti una misura di autonomia per tutti coloro che intendono formarsi significa far ricadere su di loro e non sulle famiglie finanziatrici, la responsabilità delle scelte sulle loro vite, sul loro futuro, sui propri sogni.

E’ una misura che ha anche un valore culturale oltre che sociale, poiché promuove l’autodeterminazione e la maturazione di studentesse e studenti, senza sottostare alla cultura del ricatto o alle pressioni sociali.

Soprattutto va incentivata la formazione e la percezione della sua utilità sociale come investimento collettivo che lo Stato devo sostenere, perchè studiare serve a tutte e tutti, ma soprattutto serve al nostro Paese per puntare su un modello di sviluppo che non competa sui costi del lavoro. Per questo formarsi in libertà dovrebbe essere più conveniente della spesa subita per perdere braccia da lavoro. Non serve infatti studiare per lavorare, ma nel 2018 servono altre mille capacitazioni per affrontare società e mondo del lavoro stesso.

Quando si esce dal nucleo familiare in Italia?

Sebbene per anni la politica si sia divertita a dare dei “mammoni” ai giovani italiani, nessuno si è mai interrogato sulle cause che vedono l’Italia agli ultimi posti nelle classifiche per abbandono del nucleo familiare. E’ infatti 30.1 anni l’età media dei giovani per iniziare una propria esperienza di vita da soli – siamo secondi solo a Macedonia, Malta e Slovacchia- , spesso, per chi può permetterselo, in contemporanea con l’inizio degli studi o, specie al Sud, con il matrimonio. Tutti, poveri o ricchi che siano, in famiglie moderne o retrograde, dovrebbero avere pari diritto a costruirsi un’esperienza di vita in linea con gli standard europei, senza alcun ricatto morale o materiale, come accade nei Paesi scandinavi che prevedono l’esistenza di misure di welfare universali individuali e non familiari.

Chi può studiare e chi no?

Scegliere di studiare è oramai una questione di classe, ma anche una questione di opportunità. La retorica del “con la cultura non si mangia” porta sempre più giovani, anche chi avrebbe diritto alla borsa di studio o chi avrebbe abbastanza soldi da pagarsi gli studi, a non continuare l’università. Serve “l’esperienza” prima della preparazione, un’esperienza a tutti i costi, fondamentale per entrare nel mondo del lavoro più del “pezzo di carta”. Così facendo si alimenta l’idea di una Italia retta da una generazione destinata ai lavoretti, piuttosto che investire strutturalmente su un modello sviluppo fondato su nuove politiche industriali, ricerca e innovazione. Come se non bastasse l’introduzione della buona scuola e con essa di 200 o 400 ore obbligatorie di alternanza scuola-lavoro porta studentesse e studenti ad essere precocemente sfruttati ed abituati all’idea che la formazione sia necessariamente finalizzata ad una mansione, all’acquisizione non di “capacitazioni” bensì di competenze che magari fra 5 o 10 anni saranno già obsolete. In questo quadro il reddito di formazione sembra ancor più fondamentale, non certo inteso come “rimborso spese o remunerazione” per chi svolge esperienza di alternanza o di tirocinio, ma come possibilità di scelta

Pensiamo infatti ai numeri. Con la nuova legge di stabilità cono confermati 36 mesi di sgravi fiscali ad aziende che assumono un giovane che ha svolto da loro una esperienza di ASL. Questo vuol dire che circa un milione e mezzo di giovani 19enni l’anno prossimo avranno in mano un contratto di lavoro povero, con il rischio di essere licenziati al settimo mese. Quanti, secondo voi, sceglieranno davvero di continuare gli studi? La scelta dipende da alcune variabili, prima tra tutti, quanto il possesso del titolo di studio ed i soldi spesi per ottenerlo sono considerati pari alla nuova mobilità sociale ricevuta a seguito dell’esperienza formativa? Chi, con queste percentuali di disoccupazione giovanile e povertà, direbbe mai di no? Chi, con queste pressioni sociali sulla messa precoce a lavoro, è in grado di rifiutare un vero contratto per continuare gli studi?

Certamente pochissimi. Eppure al nostro Paese serve che si studi e soprattutto serve che si cambi. Non dobbiamo essere educati ad “accontentarci” o alla retorica della “fortuna”, ma a restituirci un diritto di futuro.

Se, infatti, il diritto allo studio e la gratuità dell’istruzione possono consentire anche ai giovani meno abbienti la possibilità di studiare, resta un enorme tema: cosa si studia?

Più del 70% degli studenti e delle studentesse ancora oggi sceglie il proprio percorso di studi sulla base della condizione familiare. Sono infatti le pressioni sociali e le disuguaglianze a spingere moltissimi giovani, nella speranza di trovare prima un lavoro, di scegliere una facoltà ritenuta “utile” piuttosto che quella dei propri sogni, spesso magari sotto pressione dei genitori e spesso cambiando facoltà dopo pochissimo. La pressione di portare addosso i sacrifici della propria famiglia, che si sia o meno beneficiari di borsa di studio, preclude tante possibilità, necessarie al raggiungimento della felicità personale e collettiva. E chi non ha diritto alla borsa di studio, ma vorrebbe studiare una determinata cosa dall’altra parte d’Italia, ma non può perché altrimenti perde il proprio lavoro/tirocinio con cui si mantiene? Chi vorrebbe studiare un corso specifico dall’altra parte d’Italia piuttosto che nella propria regione di appartenenza, ma non ha la possibilità di trasferirsi? Chi vuole studiare un determinato campo, seppur contro la volontà dei genitori?

 

Dov’è finita la mobilità sociale?

A poter studiare non devono essere solo i giovani che hanno concluso il percorso di studi superiore. Nel Paese dei Neet occorre infatti interrogarsi sull’esclusione sociale e psicologica che l’essere “scoraggiati” comporta. Ad oggi “Garanzia Giovani” il principale strumento di inclusione per i giovani che vivono questa condizione si è rivelato uno strumento solo utile alla moltiplicazione di tirocini semestrali sfruttamento. Nessuno in questo Paese sembra mai essersi interrogato sul fatto che una studentessa o uno studente che ha fatto la rinuncia agli studi e sia tornato dai genitori per un periodo non ha alcuna possibilità di accedere all’università con agevolazioni o sostegno ai redditi più bassi. Per i “Neet” è infatti solo possibile svolgere corsi di formazione professionale, perdendo ogni possibilità di riscatto reale dalla propria condizione, specie se parliamo di persone prive di un titolo universitario. Dovrebbe essere possibile per tutti ripartire dalla formazione per ritrovare motivazione e voglia di mettersi in discussione, dovrebbe essere lecito a tutti ricevere sostegno per il proprio futuro.

Cosa succede invece ai lavoratori? Cosa succede alle casalinghe? Non si può ritenere la formazione diritto solo per chi ha particolari misure di welfare aziendale in convenzione con i poli universitari, ma resta la necessità di risarcire la possibilità di formarsi e darsi una prospettiva nuova, specie per chi ha perso il lavoro o intende inserirsi per la prima volta.