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«La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura» (articolo 9, comma 1, prima parte). Perché? Perché lo fa? Non è una domanda oziosa o scontata: se pensiamo a ciò che passa per ‘cultura’ in televisione, sulla stampa o nel discorso pubblico. Perché la Repubblica dovrebbe promuovere (cioè finanziare, agevolare, darsi da fare) per questa specie di grande macchina dell’intrattenimento? Proviamo a chiedercelo e forse possiamo perfino riuscire a dare un senso a questa slabbrata e arida campagna elettorale.
La risposta più profonda si può trovare leggendo davvero la Costituzione, e la sua storia.

Presentando all’Assemblea l’ultima redazione dei principi fondamentali, nella seduta estrema e decisiva del 22 dicembre 1947, Meuccio Ruini segnalò il «concetto aggiunto dello sviluppo culturale in genere» . Questa decisiva integrazione si doveva al Comitato di redazione: evidentemente la parola ‘cultura’ e l’idea che tra i compiti fondamentali della Repubblica si dovesse indicare l’attiva promozione del suo ‘sviluppo’ stavano a cuore a qualcuno tra i Diciotto redattori. Sfogliando le biografie dei membri del comitato, saltano agli occhi i nomi di Aldo Moro, Giuseppe Dossetti e Piero Calamandrei. È soprattutto pensando alla biografia intellettuale di quest’ultimo che si potrebbe provare a dare un significato più profondo e pregnante al «concetto aggiunto dello sviluppo culturale in genere». Nel pensiero di Calamandrei si trova una lucida consapevolezza del valore civile e politico della cultura, specie in chiave di resistenza critica contro il totalitarismo fascista. Nell’arringa di parte civile che aveva pronunciato nel 1945 al processo agli assassini dei fratelli Rosselli, egli identifica il nucleo originario dell’antifascismo organizzato e della Resistenza nel circolo che Carlo e Nello avevano voluto chiamare proprio «di Cultura»: «E allora ai Rosselli, mentre quelli bastonavano e assassinavano impunemente e la gran massa inerte li lasciava fare, si presentò in termini angosciosi il problema morale dell’Italia. Perché accadeva questo generale sfaldamento di tutta una struttura nazionale? Perché questo crollo? Perché questa indifferenza? Prima di agire bisognava poter rispondere a queste domande tormentose: bisognava capire. Per questo, come primo atto di serietà e responsabilità, essi promossero quelle riunioni di amici tormentati dalle stesse domande e assetati anch’essi di capire, che dettero origine al «circolo di cultura». Non possiamo sapere se sia stato proprio Calamandrei a suggerirlo, ma certo mettere la cultura tra i principi fondamentali della Repubblica per lui significava rafforzarne la tenuta democratica. La cultura, dunque, intesa soprattutto come senso critico, come strumento per una consapevole resistenza al potere.

Poco prima, nel 1944, il più grande storico europeo – Marc Bloch – aveva spiegato, con parole altissime e assai lucide, perché la conoscenza e la pratica del «metodo critico della storia» fossero necessarie «nella nostra epoca, più che mai esposta alle tossine della menzogna e della falsa diceria» (in Bloch, 1998, pp. 102-103). Di fronte al nazismo e all’Olocausto la cultura umanistica sembrava ancora più necessaria: Bloch – fucilato dalla Gestapo perché membro della Resistenza – la definisce «una nuova via verso il vero e, perciò, verso il giusto». Il suo libro si apre con la domanda di un figlio a un padre: «Papà, spiegami allora a cosa serve la storia», e la risposta di Bloch è la risposta di una generazione che, in Italia, decide di porre la cultura a difesa della libertà a caro prezzo riconquistata.

Ma, in pratica, cosa voleva dire (e cosa può, e deve ancora, voler dire oggi) che la «Repubblica promuove lo sviluppo della cultura»? Una risposta particolarmente concreta viene da un appunto di un altro membro di quella generazione, un costituente ombra, anzi meglio un ‘costituente morale’ – Antonio Gramsci, che era morto in detenzione nel 1937: «Servizi pubblici intellettuali: oltre la scuola, nei suoi vari gradi, quali altri servizi non possono essere lasciati all’iniziativa privata, ma in una società moderna, devono essere assicurati dallo Stato e dagli enti locali (comuni e province)? Il teatro, le biblioteche, i musei di vario genere, le pinacoteche, i giardini zoologici, gli orti botanici, ecc. È da fare una lista di istituzioni che devono essere considerate di utilità per l’istruzione e la cultura pubblica e che tali sono infatti considerate in una serie di Stati, le quali non potrebbero essere accessibili al grande pubblico (e si ritiene, per ragioni nazionali, devono essere accessibili) senza un intervento statale. È da osservare che proprio questi servizi sono da noi trascurati quasi del tutto: tipico esempio le biblioteche e i teatri. I teatri esistono in quanto sono un affare commerciale: non sono considerati servizio pubblico» (Quaderni del carcere, 14, I, par. 56). Promuovere lo sviluppo della cultura, e renderla accessibile a tutti i cittadini: cioè fornire a ognuno gli strumenti culturali per esercitare la propria sovranità. In un’epoca come l’attuale, in cui la parola ‘sviluppo’ pare piegata all’unica dimensione economica, è invece vitale sottolineare che lo ‘sviluppo’ del primo comma dell’articolo 9 significa la stessa cosa del «progresso … spirituale della società» cui un altro principio fondamentale della Carta, l’articolo 4, chiama a concorrere, doverosamente, «ogni cittadino».

Preservare la democrazia attraverso la diffusione del senso critico. Ecco perché la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura. Ecco quale cultura ci serve.

 

Tomaso Montanari