1. L’istruzione in Italia: dall’asilo nido all’università, luogo di esclusione e riproduzione delle diseguaglianze
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2. Una formazione libera dalle esigenze del mercato, per trasformare il lavoro e la produzione
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Pensare globale – spunti e storie dal panorama internazionale

L’accesso a un’istruzione gratuita e di qualità risponde oggi a all’esigenza di un modello democratico partecipativo che dia realmente alla dimensione collettiva – cioè ai più e non ai pochi – la parola sulle proprie vite. Gratuita perché non può essere la condizione economica a determinare se e come viene intrapreso il proprio percorso formativo. La conoscenza come strumento di critica e di potere decisionale deve essere un patrimonio di tutte e tutti, affinché i processi democratici siano davvero autentici rispetto all’autoderminazione dei singoli. Di qualità perché è proprio da una cultura collettiva che è possibile iniziare un processo di trasformazione della società che abbatta l’esclusione e la discriminazione. Una formazione che si interroga sul mondo che la circonda è in grado di non accettare come assodato una società frammentata dalla competizione rispetto all’occupazione: non può essere più il mercato del lavoro a determinare i saperi, ma sono i saperi a determinare e ri-immaginare un mercato del lavoro equo.
La controparte che si oppone alla gratuità dell’istruzione è nota: le politiche neoliberiste si abbattono con particolare violenza su scuola e università da ormai quasi mezzo secolo nelle diverse parti del mondo. La scuola di Chicago negli anni 70, utilizzando le dittature sudamericane come laboratori di neoliberismo spinto, ha dato l’esempio alle politiche europee che dal processo di Bologna in poi sono andate nella direzione di una formazione senza spazi decisionali, priva di strumenti critici e dai costi sempre più alti.
In tutto il mondo la risposta a queste politiche non si è fatta attendere: il movimento studentesco è stato spesso l’unica forza di opposizione reale a governi che, a prescidere dal colore politico, perseguivano politiche di tagli, dequalificazione, elitarizzazione. Qui proviamo a ripercorrere 4 storie (Regno Unito, Chile, Stati Uniti e Quebec), consapevoli che ce ne sono tante altre da raccontare e conoscere.

#FreeEdNOW – UK

Immaginiamo per un attimo di aver finito la scuola e frequentato l’università fino alla laurea, e ritrovarci, improvvisamente, con un debito di oltre 50mila sterline a testa. Un numero che fa paura e sembra difficile da spiegare, ma che per tantissimi studenti britannici corrisponde alla somma accumulata nel corso degli anni per pagarsi gli studi. Una situazione drammatica non certo figlia del caso: come in tanti altri paesi europei, uno dei primi settori a subire le conseguenze dei tagli scellerati e delle privatizzazioni portati avanti con le politiche di austerity è proprio quello dell’istruzione.
Mentre ancora una volta a guadagnarci sono gli investitori privati, ai quali il governo ha deciso di vendere il debito accumulato dagli studenti, costruendo un meccanismo malato nel quale una presunta crescita è legata esclusivamente all’aumento dell’indebitamento e all’aumento delle diseguaglianze.

Il disegno politico sotteso da queste scelte lo conosciamo bene: continuare a polarizzare la ricchezza, favorire il privato a discapito del pubblico e incoraggiare l’allargamento della forbice fra i pochi che hanno di più (sempre meno persone che avranno sempre di più) e i molti che hanno di meno (una fetta sempre più larga di popolazione che avrà sempre meno).
Un disegno che ha incontrato l’opposizione e la forte mobilitazione degli studenti: solo pochi giorni fa, il 15 novembre, in migliaia invadevano le strade di Londra scandendo alcune semplici parole d’ordine: tassare i ricchi per finanziare l’istruzione gratuita.
Una richiesta chiara, che mette in discussione il paradigma imposto da anni dalla governance, ed evidenzia come siano necessarie scelte di campo importanti: tassare i ricchi per garantire a tutti l’istruzione gratuita significa stabilire il giusto rapporto fra diritti e privilegi, significa gettare le basi per una società in cui non siano le condizioni economiche di partenza a delimitare i confini entro cui rinchiudere i propri sogni, le proprie passioni, le proprie aspirazioni, a costruire il perimetro all’interno del quale poter immaginare il proprio futuro.

Ma la mobilitazione degli studenti britannici non inizia oggi: nel 2010, mentre in Italia ci mobilitavamo contro la riforma Gelmini (figlia delle stesse logiche aziendalistiche), in centinaia di

 migliaia scendevano in piazza per protestare contro la decisione del governo di Cameron di triplicare le rette universitarie, portandole alla cifra inaccessibile di 9 mila sterline l’anno e giustificando tale scelta con la necessità di “mantenere alta l’eccellenza”. Le piazze inglesi dissero chiaramente già a quei tempi che prima dell’eccellenza deve esserci la lotta alle diseguaglianze e l’accesso per tutti alla formazione così come agli altri servizi essenziali, e che non può essere la collettività a fare le spese di una crisi che non ha causato.

Nel 2015 cortei e occupazioni delle università interessarono tantissime città, con delle rivendicazioni che guardavano già oltre la gratuità. No barriers, no borders, no business si leggeva sui manifesti di cortei nei quali con free education non si intendeva soltanto istruzione gratuita, ma anche libera: dagli interessi privati, dal mercato, dagli speculatori.
Come evidenziò l’occupazione della London School of Economy, la battaglia da mettere in campo ancora oggi è quella della trasformazione complessiva del sistema formativo e del ruolo della conoscenza: non l’asservimento al mercato, non la vendibilità, non la riproduzione dei rapporti di forza e subordinazione esistenti, ma il ribaltamento di tutto ciò, la costruzione collettiva di saperi liberati e liberatori.
Una lotta che parte dal cambiamento delle condizioni materiali e di accesso per estendersi e generalizzarsi immediatamente.

Occupy Students Debt – USA

Le distorsioni di un sistema educativo fondato sul paradigma del debito privato sono forse ancora più evidenti negli Stati Uniti d’America. 1320 miliardi di dollari è la cifra esorbitante a cui ammonta il totale dei debiti contratti dagli studenti americani, con una crescita media di 2000 dollari al secondo.
Quando la possibilità di frequentare un percorso di studi universitario è legata esclusivamente alla condizione economica, e l’unica forma di accesso alla formazione equivale ad un indebitamento bancario o ai famigerati prestiti “Stafford”, istituiti tramite un programma federale che prevede altissimi tassi di interesse, il risultato è quello di creare una gigantesca bolla finanziaria, che proprio come quella dei mutui sub-prime del 2008, rischia di scoppiare portando con sè conseguenze disastrose. 

I cittadini statunitensi stanno pagando le scelte economiche e culturali ben radicate nella storia degli USA, sin dalla Dichiarazione d’Indipendenza; scelte che hanno trovato nuova linfa negli anni ‘80 durante la presidenza Reagan.
La deregolamentazione finanziaria, il culto sfacciatamente neoliberale del “sogno americano”, il rifiuto di infrastrutture welfaristiche di base e la messa al valore di qualsiasi ambito della vita sono tutti elementi che concorrono nel determinare un complesso e stratificato sistema di diseguaglianze.
È proprio a causa della “libertà” di speculare, truffare, e accumulare ricchezze sulle spalle di 100 milioni di cittadini, che secondo recenti rilevazioni si attestano sotto la soglia di povertà, che si è prodotta la crisi economica più grave degli ultimi vent’anni, e le soluzioni che la politica ha saputo produrre rientrano nella logica speculare della spending review e dell’austerity.
Durissimi i tagli cha dal 2008 hanno colpito in gran parte il sistema sanitario e quello dell’istruzione, nonostante durante l’amministrazione Obama si sia provato a portare avanti qualche minima misura di alleggerimento dei debiti.
Ma la le conseguenze del sistema del debito hanno prodotto un effetto valanga che non sembra arrestarsi.

Solo nel 2016 quattro milioni di cittadini hanno dichiarato default a causa degli student debts, il 17% in più rispetto all’anno precedente, e il governo Trump, che tramite le dichiarazioni della segretaria dell’istruzione Betsy deVos ha annunciato di voler addebitare salate commissioni a chi cerca di uscire dal default, intende proseguire sulla strada della stigmatizzazione di chi non riesce a soddisfare alcun bisogno primario.
In questa gravissima situazione c’è chi prova ad alzare la testa, non proponendo qualche aggiustamento ma avanzando rivendicazioni radicali per una trasformazione complessiva della tassazione universitaria.

“Occupy Students Debt” è una campagna nata nel 2013, a seguito delle mobilitazioni del movimento Occupy Wall Street, che in pochi mesi ha raccolto migliaia di adesioni. Gli obiettivi che le attiviste e gli attivisti perseguono riguardano un’astensione collettiva dal pagamento delle rette universitarie, unitamente alla richiesta rivolta ai governi federali di farsi carico dei debiti, e in futuro provvedere ad una progressiva gratuità dell’istruzione superiore.
La campagna è riuscita a portare alla luce un problema che fino ad allora era stato sapientemente occultato, fino a provocare uno un acceso dibattito sul tema nel 2016 durante le primarie del Partito Democratico e in generale durante la campagna elettorale verso le elezioni presidenziali.

Mentre Hillary Clinton proponeva un sostanziale mantenimento del sistema dei debiti d’onore, con tassi di interesse leggermente più bassi, il senatore del Vermont e candidato democratico alle primarie Bernie Sanders ha posto in primo piano la questione dell’accesso alla formazione, affermando con forza che l’unica possibile soluzione sia quella di rendere totalmente gratuiti i college e le università pubbliche americane. Non è un caso che Sanders abbia trovato maggior seguito tra i giovani, riuscendo da “socialista democratico” a incrinare la mistificazione del “sogno americano”.
Un sogno da esportazione, che proprio grazie alla grande divulgazione del pensiero neoliberista all’interno delle università americane, è stato traslato su paesi e realtà nelle quali gli Stati Uniti hanno costruito un dominio politico, culturale ed economico.

Gratuidad sin trasformar no es avanzar – Chile

Il caso cileno è emblematico rispetto alla centralità del tema della gratuità. Il sistema scolastico e universitario cileno sono ancora oggi profondamente modificati dalla dittatura pinochetista. La scuola pubblica è stata distrutta da enormi tagli, in favore di ingenti finanziamenti pubblici alle private. In questo modo un’istruzione scolastica di qualità è diventata possibile solo per i ceti benestanti, stratificando ulteriormente il tessuto sociale. Inoltre, l’accesso all’università è mediato da test standardizzati nazionali simili agli INVALSI, dove le carriere meglio retribuite e le università di maggiore qualità richiedono punteggi altissimi. Per questo motivo difficilmente uno studente di una scuola pubblica potrà continuare continuare il proprio percorso formativo in università, visto che la sua preparazione avviene in condizioni che di degno non hanno nulla.

Ma non finisce qui: le università richiedono rette altissime, anche quelle pubbliche, visto che un’ulteriore eredità della dittatura è la possibilità per i privati di trasformare le università in fondazioni in ottica di profitto, senza alcun controllo sulla loro offerta formativa. L’introduzione di un articolato sistema di prestiti d’onore legato alle università ha creato una bolla gigantesca per svariate generazioni di studenti cileni per potersi permettere gli studi universitari.

Il movimento studentesco cileno ha però saputo reagire in maniera straordinaria. 

Le mobilitazioni non si sono mai fermate dalla dittatura in poi, senza essere però mai ascoltate da un ventennio di governi democristiani che mantenevano l’impronta neoliberista nelle politiche sul’istruzione (e non solo). La mobilitazione più grande però è avvenuta quando il governo di centro sinistra ha presentato quasi due anni fa una proposta di legge per la “gratuità dell’istruzione”. Il progetto del governo consisteva 

principalmente in un rifinanziamento sotto forma di borse di studio che però non andava a intaccare il sistema pinochetista. In risposta la FECH – federazione dei movimenti universitari chileni – ha aperto una stagione mobilitativa a scadenza settimanale, sotto il grido di “no hay gratuidad sin trasformación”, non c’è gratuità senza trasformazione. Le richieste degli studenti erano precise: abbattimento delle prove INVALSI per l’accesso alle carriere, l’espulsione dei privati dalle università, l’abbattimento del sistema di prestiti d’onore e l’abbassamento delle rette con un ingente finanziamento pubblico degli Atenei.

La loro capacità di porre il tema al centro del dibattito del paese come una forma di riscatto per il futuro di tutta la popolazione ha permesso loro di entrare in coalizione prima coi docenti e poi con i lavoratori, arrivando a un grande Paro Nacional in cui furono bloccate le scuole, le università, i porti e le miniere di tutto il paese. La forza e la nitidezza delle loro richieste ha costretto il governo a farli partecipare alla stesura di una nuova proposta. Ma la mobilitazione in Cile ancora adesso non si ferma. Alejandra, militante dell’Università di Santiago, lo dice con chiarezza:

“L’apertura delle università che rendano la conoscenza un patrimonio di tutta la popolazione deve partire da noi studenti. Essendo l’istruzione un tema centrale tanto quanto quello del lavoro, ci siamo accorti che l’intreccio delle lotte non può essere solo testimoniale fatto di comunicati di solidarietà. Per questo abbiamo aperto nelle facoltà dei laboratori politici di categoria assieme ai lavoratori. Ad esempio a Medicina gli studenti si confrontano con medici, infermieri e ostetriche su come vadano trasformati gli ospedali e quali debbano essere le tutele sul loro lavoro affinché sia degno. Ma non solo: a Giurisprudenza e Scienze politiche ci confrontiamo coi lavoratori per elaborare nuovi strumenti sindacali, applicando la Conoscenza e l’esperienza lavorativa come fattori di trasformazione di questo sistema di merda. Siamo stanchi di pensare che essere universitari sia un privilegio, bensì si tratta di un compromesso con il popolo.” 

Non a caso, all’ingresso della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Statale di Santiago, una scritta gigantesca ricorda che “Il patrimonio più grandi delle università cileno sono le lotte dei suoi studenti”.

En marche vers la gratuité scolaire – Quebec

Fin dagli anni ‘60 in Quebec vi è un duro dibattito sulla questione dell’indipendenza dalla Confederazione del Canada, che si è articolato attraverso due posizioni, una più autonomista, con la richiesta di maggiori libertà dal punto di vista economico e fiscale, e un’altra spiccatamente indipendentista, che vive grazie ad una serie di rivendicazioni politiche più generali, riguardanti una netta e 

radicale trasformazione democratica. All’interno di questa battaglia si sono prodotte mobilitazioni promosse da sindacati studenteschi come ASSÈ – Association pour une Solidarité Syndicale Étudiante, a cui aderiscono diverse realtà legate al mondo della formazione e alle battaglie per la gratuità dell’istruzione, che a partire dalla rivendicazione del diritto all’autodeterminazione hanno attaccato le politiche del governo canadese in materia di contribuzione universitaria.

Nel 2007 venne annunciato dal governo di Jean Charest, membro del partito liberale del Quebèc, un provvedimento che prevedeva l’incremento del 75% in 5 anni delle tasse universitarie per gli studenti della regione, e che ha dato il via ad una serie di proteste durate qualche anno e culminate nella grande manifestazione del marzo 2012. Grazie alla spinta dei movimenti e alla creazione di una coalizione larga, che andava oltre i soliti soggetti studenteschi, promossa da ASSÈ, il governo è stato costretto a ritirare il piano di tassazione e la ministra dell’istruzione del Quebec ha rassegnato le sue dimissioni. Di sicuro l’elemento più interessante della battaglia contro l’aumento delle rette, risulta essere il dibattito avanzato che i sindacati studenteschi hanno saputo porre sul tema della gratuità dell’istruzione, scardinando la logica per la quale i governi liberali e conservatori ne davano un’immagine utopistica e conservativa.