Pensare globale – spunti e storie dal panorama internazionale
18 novembre 2017

Quello del rapporto fra formazione e lavoro è probabilmente uno dei nodi più dibattuti, negli ultimi tempi, nel momento in cui si parla di istruzione.
In fondo, si sa: o riesci a essere competitivo, o ti sai vendere bene, o sai rispondere precisamente alle esigenze del mercato, oppure per te non c’è spazio.
Così provano a convicerci che sia normale che qualsiasi processo di riforma di scuola o università si ponga queste domande e rimoduli i luoghi della formazione adattandoli proprio alla domanda.
E che siano altrettanto normali le dichiarazioni di chi afferma che i laureati nelle discipline umanistiche sono “troppi”, che quanto prima uno studente si mette a lavorare (non importa se a nero, con contratti precari, senza tutele) meglio è, che se la disoccupazione giovanile è così alta la colpa è -a seconda dell’interlocutore- dei giovani choosy e fannulloni oppure della scuola, troppo generalista e poco utile.
Fermiamoci un attimo: è davvero giusto che sia così? È davvero questa l’unica strada da percorrere?

Il processo di trasformazione che ha interessato la scuola e l’università nel corso degli ultimi vent’anni ha scelto -colpevolmente- di rispondere alla domanda sbagliata, vale a dire: come si può assicurare al mercato ciò che necessita?

Proviamo a ribaltare il punto di partenza, e chiederci, piuttosto, come i luoghi della formazione e i saperi possono trasformare il mercato, il modello produttivo, il mondo.
Certamente non introiettando le logiche di adeguamento alla precarietà, alla spersonalizzazione e alla competitività che caratterizzano oggi la produzione.
Quello che è successo all’interno delle scuole e delle università, invece, è esattamente questo: una situazione balzata agli onori della cronaca recentemente dopo la denuncia di numerosi casi di alternanza e tirocini sfruttamento e la convocazione da parte dell’Unione degli Studenti del primo sciopero dell’alternanza scuola lavoro lo scorso 13 ottobre, ma che non costituisce una novità dell’ultimo periodo.
Stage formativi e tirocini curriculari costituiscono da anni, infatti, il principale strumento di connessione fra il mondo della formazione e quello del lavoro, e hanno conosciuto (in particolar modo dopo l’approvazione della 107 e l’obbligo di 200 e 400 ore di alternanza scuola-lavoro) una straordinaria massificazione: ad oggi sono 1,5 milioni gli studenti in alternanza e decine di migliaia i tirocinanti immessi nel processo produttivo, che ne modificano il funzionamento lavorando gratis a tutti gli effetti. Non che il lavoro gratuito si fermi a chi è ancora inserito nei percorsi formativi: da Expo in poi, la sostituzione del salario con i punti in curriculum o con la promessa di un’assunzione in un futuro mai definito, è stata definitivamente sdoganata. Un motivo in più, a questo punto, per farvi abituare i giovani fin dai banchi di scuola.
A partire da qui nasce la proclamazione degli Stati Generali dello Sfruttamento, che il 24 novembre vedranno mobilitarsi tutti i soggetti che compongono una filiera dello sfruttamento che si sviluppa sempre più, nella quale entriamo quando iniziamo la scuola per rimanerci fino alla pensione, per chi l’avrà: un’intera esistenza in cui produrre per altri, senza poter decidere niente sulle nostre vite, dovendo accontentarsi delle briciole.


Con l’ultima legge di stabilità, il Governo ha reso ancor più esplicita la volontà di subordinare al mondo del lavoro quello della formazione: gli sgravi fiscali per tutte quelle aziende che avrebbero assunto studenti con un contratto a tutele crescenti dopo un percorso di alternanza sono non solo l’ennesimo regalo alle imprese (da parte di un governo che ha già elargito oltre 14 miliardi attraverso gli sgravi del Jobs Act) ma anche la conferma che l’alternanza scuola-lavoro viene considerata come politica attiva sul lavoro e non come metodologia didattica (cosa prontamente ratificata, fra l’altro, da vari manuali di diritto: chi vogliono prendere in giro quando provano a difenderne l’imparzialità?!).
Una volontà già nota, in verità, basti guardare ai famosi “Campioni dell’ Alternanza”, programma del MIUR che ha coinvolto decine di migliaia di studenti in percorsi di alternanza all’interno di multinazionali come McDonald’s, Zara o Eni, senza alcun tipo di controllo sulla validità formativa di tali percorsi (sarebbe difficile, in fondo, immaginare degli strumenti che verifichino l’attinenza ai percorsi di studio di mansioni come friggere patatine, fare fotocopie, fare lavoro di call center etc). A tutto questo si aggiunge la sconcertante assenza di uno Statuto dei diritti degli studenti in alternanza e di un Codice etico per le aziende e gli enti coinvolti, entrambi rivendicati con forza dall’Unione degli Studenti a fronte della sordità del Ministero dell’Istruzione.

Ma perché lamentarsi? È la scuola moderna, è la scuola del fare, quella che supera il sapere teorico e frontale e si butta sul saper fare, si mette in gioco, si rinnova… ne siamo sicuri?
Siamo sicuri che sia “innovazione” formare gli studenti ad una specifica mansione in un mondo che cambia sempre più in fretta, mantenendo e anzi amplificando diseguaglianze e differenze di classe (basti guardare al fatto che gli studenti di liceo hanno un obbligo di 200 ore che diventano 400 passando a tecnici e professionali) e sottraendo tempo allo studio, all’approfondimento, agli hobby e al tempo libero?
Forse non è proprio la via migliore.

E all’università? Anche qui si è assistito negli ultimi anni ad una netta accelerazione nella crescita del numero di tirocinanti: il numero totale dei tirocini in Italia supera le 143 mila unità con una larga progressione negli ultimi anni, nel giro di meno di 5 anni i tirocini sono aumentati del 116 per cento. Risulta evidente la distorsione nell’utilizzo, per cui ci si avvale spesso della manodopera di studenti tirocinanti in sostituzione di personale qualificato e contrattualizzato. E se sulla carta si tratta sempre di esperienze formative, viene da chiedersi a che condizioni si può parlare di formazione quando il tirocinante si ritrova a svolgere mansioni elementari, ripetitive e continuative, in maniera completamente autonoma e senza alcun affiancamento da parte del soggetto ospitante di personale qualificato alla formazione, come sta emergendo dall’indagine Formazione Precaria condotta da Link-coordinamento universitario.
Non mancano altri elementi in comune con l’alternanza: l’assenza di una regolamentazione, di uno statuto dei diritti e di un codice etico, di qualsiasi tipo di tutela, di strumenti di valutazione delle esperienze da parte degli studenti.
Questa non è formazione, ma lavoro minorile e sostituzione di lavoratori tutelati con studenti che lavorano gratuitamente, spesso sostenendo costi anche molto alti, sacrificando se stessi e il proprio tempo in nome della necessità di rispondere prontamente alle esigenze del mercato.
Il saper fare non si acquisisce con lo sfruttamento e la sostituzione dei lavoratori (utili solo ad arricchire i datori di lavoro), ma tramite percorsi di formazione che diano spazio alla creatività, alla pratica e alle attività laboratoriali, ma sempre al di fuori della produzione. 

Come dicevamo all’inizio, proviamo a ribaltare tutto: a dirci, in primo luogo, che vogliamo poter prendere parola (noi, non manager e privati) sulla definizione di percorsi e obiettivi formativi. Che vogliamo poter reimmaginare il nesso fra conoscenza e lavoro, fra formazione e territorio, fra saperi e modello produttivo. Lo sappiamo, questo significa mettere in crisi non solo l’attuale impianto del sistema di istruzione italiano, ma anche quello del sistema produttivo: è proprio qui il punto. Fra l’asservimento dei luoghi della formazione al profitto e la messa in crisi dei nuovi, sempre più pervasivi paradigmi di accumulazione, scegliamo questa seconda strada. Scegliamo di dire che non vogliamo subire il mercato, la digitalizzazione, la trasformazione dei modi di produzione, la (apparente) ridefinizione dei rapporti di forza: vogliamo determinarle a partire dai luoghi del sapere che attraversiamo.
Questo non significa assolutamente negare la necessità di una forma di comunicazione fra il mondo della formazione e quello del lavoro, ma rilevare come il rapporto debba invertirsi, scardinando la subordinazione della prima al secondo, e riuscendo, a partire da ciò, anche a ridare dignità e senso al lavoro stesso come attività di trasformazione e strumento di emancipazione.
Rifiutare il dogma della velocità a tutti i costi, della riduzione a cifra e della traduzione immediata in termini economici di qualunque cosa, sottrarre il nostro tempo all’accumulazione di profitto da parte di altri potendo scegliere anche se e come “perderlo”, rallentare quando intorno a noi tutto spinge verso l’accelerazione, perché se non corri abbastanza il tuo vicino sarà sempre pronto a superarti. Rigettare gli automatismi, interrogarsi sui processi, porsi mille dubbi e domande, cercare e costruire collettivamente risposte, porsi problemi nuovi ai quali trovare insieme nuove soluzioni.
Riprendere il controllo su di noi, sulle nostre vite, su quello che vogliamo imparare, su ciò che vogliamo fare.

Liberare la formazione dal giogo del mercato, dunque, per liberare anche il lavoro e per liberarci.