Pensare globale – spunti e storie dal panorama internazionale
18 novembre 2017

Il diritto allo studio? Sempre più un lusso per pochi: questo è quello che emerge provando a interrogarsi sui costi reali dell’istruzione in Italia, in perfetta coerenza con una situazione di difficoltà riscontrata quotidianamente da migliaia di studenti e di famiglie.
Non si tratta solo delle scuole superiori e dell’università, la cui condizione è stata messa in luce più volte negli ultimi anni dagli studenti in mobilitazione, ma anche dei primissimi cicli di istruzione.

Dall’asilo nido alla scuola media: quale istruzione garantita?

A partire dall’asilo nido, i luoghi della formazione sono spazi di esclusione e riproduzione delle diseguaglianze in primo luogo di carattere economico, ma non solo.
La media mensile delle rette degli asili nido comunali è pari a 301€, con picchi che superano i 400€ in alcune regioni, per una spesa annuale media superiore ai 3000€.
A questo dato già di per sé sconcertante si aggiunge, fra l’altro, la carenza di posti disponibili, in particolar modo nelle regioni meridionali, con una copertura potenziale del 7,6%, a fronte di una media nazionale del 19,6% (fonti).
Cosa significa? Significa che per 4 bambini su 5 non c’è posto negli asili nido comunali, mentre la spesa resta insostenibile per tantissime famiglie, in particolar modo in una fase nella quale i licenziamenti e i contratti precari aumentano mentre calano i salari e le forme di tutela. Significa che le diseguaglianze di genere nel nostro paese sono destinate a continuare a crescere, nel momento in cui troppo spesso sono le donne a rimanere a casa con i figli.
Passando alle scuole materne, i costi di iscrizione scendono (324€ l’anno), mentre salgono quelli legati al corredo scolastico, tendenza confermata anche alle scuole elementari; altro costo da sostenere per tante famiglie è quello dei servizi di mensa e di trasporto.
Anche nei primi cicli di istruzione, insomma, siamo ben lontani dalla gratuità e dalla garanzia del diritto allo studio per tutti.
Con le scuole medie, iniziano a gravare sulle spalle delle famiglie anche i costi dei libri di testo: uno studente di prima media spende mediamente per i libri di testo e i dizionari 429,11 €, a cui si aggiungono le spese per il corredo scolastico arrivando a un totale di 951,11€ (Federconsumatori)… e si tratta ancora di scuola dell’obbligo!

Dalle superiori all’università: il diritto allo studio è un lusso per pochi

Nelle scuole superiori, i costi continuano a crescere, partendo dalle spese per il corredo scolastico e per i libri di testo, rispettivamente 522€ e 462€ (fonti) annui, passando per i costi degli abbonamenti per pullman e treni fino ad arrivare alle spese che gli studenti sono costretti a sostenere anche per partecipare ai percorsi obbligtori di alternanza scuola-lavoro (non essendo garantita la gratuità e il rimborso spese), con casi limiti come quello verificatosi a Napoli presso il Duca degli Abruzzi dove gli studenti hanno speso circa 600€ per 30 ore di alternanza (fonti).
Insomma, la scuola non è aperta a tutti, ma solo a chi ha la possibilità di sostenerne i costi. Tutto questo cosa causa? Un aumento delle diseguaglianze nei percorsi di formazione, con una dinamica per cui l’istituzione scolastica fomenta le disparità economiche tra studenti negando a chi ha di meno il libero accesso alla formazione. Ciò causa un acuirsi delle disparità sul territorio nazionale: se il tasso di dispersione registra un lieve calo attestandosi al 15% su scala nazionale, la realtà di tanti territori del paese è quella di un aumento della dispersione scolastica e dell’abbandono scolastico che, soprattutto in alcune zone del sud Italia, hanno picchi che superano il 25% (1 studente su 4 abbandona gli studi), e un aumento del bacino d’utenza della criminalità organizzata.

“In Italia, il 34,4% degli studenti nati all’estero non consegue diplomi di secondaria superiore o di formazione professionale, mentre tra gli studenti nativi la percentuale scende al 14,8%; dati entrambi superiori alla media europea, che è rispettivamente del 22,7% e 11%. L’Italia risulta anche tra i Paesi con le più forti disparità tra tassi di abbandono maschili e femminili, con una percentuale del 20,2% per gli studenti e del 13,7% per le studentesse, un dato negativo rispetto alla media europea (13,6% studenti, 10,2% studentesse). La maggiore propensione all’abbandono scolastico da parte degli alunni di sesso maschile nel nostro Paese è particolarmente evidente nelle aree più disagiate.” (fonti:Indire).

I dati Istat 2017 ci dimostrano inoltre come le scuole professionali (dove attualmente le ore da svolgere di alternanza scuola-lavoro al triennio sono ben 400, senza diritti, senza tutele e senza vedersi garantita la gratuità dei percorsi) siano quelle con minore capacità di “sopravvivenza” degli studenti nel percorso di istruzione.

“Nel 2015, solo il 6,1 per cento dei diplomati nel 2011 era ancora impegnato negli studi, contro il 53,4 per cento per i diplomati nei licei. Nel 2016 la probabilità relativa che i giovani (tra i 25 e i 34 anni) figli di genitori con al più la licenza media abbiano frequentato i licei tradizionali (classico o scientifico) è pari a meno della metà rispetto alla media della popolazione. All’opposto, la probabilità che i figli di genitori almeno uno dei quali laureato abbiano frequentato un liceo tradizionale è di circa tre volte la media” (fonti: Istat2017).

A tutti i dati sopracitati fa da cornice l’assenza gravosa di una legge nazionale sul diritto allo studio che definisca i livelli minimi di prestazione e la presenza delle poche leggi regionali sul diritto allo studio che nella maggior parte dei casi sono del tutto definanziate.
L’inesistenza del comodato d’uso, l’imposizione del contributo volontario (principale risorsa da cui le scuole attingono i finanziamenti), la mancata attuazione del DPR 567/96 e la modalità di distribuzione dei finanziamenti alle scuole da parte delle istituzioni, nella maggior parte dei casi, su base di criteri che non tengono conto dei bisogni di chi vive quella scuola (caso del progetto Scuola Viva, su cui sono stati investiti diversi milioni di euro distribuiti alle scuole su base progettuale e con criteri di valutazione Invalsi, numero di studenti, numero di indirizzi che ha causato una “corsa” da parte delle scuole ad aumentare il numero degli iscritti e di indirizzi per ricevere fondi) hanno reso la scuola italiana un luogo che forma le studentesse e gli studenti al culto della competitività, all’adegumento dei programmi di studio alle esigenze del mercato del lavoro e alle diseguaglianze.

Una situazione che non riguarda solo la scuola: spostandosi all’Università, la condizione del diritto allo studio non tende certo a migliorare, anzi.

“I dati relativi al nostro Paese mostrano, infatti, che la spesa per l’istruzione è diminuita significativamente dal 2008 al 2014, sull’onda anche della crisi economica degli ultimi anni. Nel 2013 la spesa totale (pubblica e privata) per l’istruzione è stata tra le più basse degli Stati presi in esame, ossia pari al 4% del PIL rispetto a una media OCSE del 5,2%. Ed è stata particolarmente bassa per il settore dell’istruzione terziaria. Tale livello relativamente basso della spesa pubblica per l’istruzione non è riconducibile al basso livello della spesa pubblica in generale, ma al fatto che all’istruzione sia stata attribuita una quota di bilancio esigua rispetto ad altri settori: nel 2013, infatti, l’Italia ha stanziato il 7% della spesa pubblica complessiva per tutti i livelli di istruzione, rispetto a una media OCSE dell’11%.” (fonti:OCSE)

Nel concreto, questo significa che il sistema di istruzione universitario è costretto a reggersi sulla contribuzione studentesca: mentre il fondo di funzionamento ordinario negli anni è calato dai 7,5 miliardi del 2009 ai 6,5 degli anni successivi, le entrate provenienti dalle tasse sono passate da 1,3 miliardi del 2009 a 1,7  del 2016.
Oggi uno studente universitario paga in media 1250€ di tasse l’anno, contro i 775€ di dieci anni fa; in questo stesso periodo, le immatricolazioni sono crollate del 20% con una perdita di 65mila matricole. Se nel nostro paese sempre meno studenti si iscrivono all’università e solo il 25,6% dei giovani fra i 25 e i 34 anni sono in possesso di una laurea (contro il 43,1% dell’area OCSE), una delle prime cause è proprio il costo eccessivo che la scelta di iscriversi all’università comporta (fonti: OCSE 2017).
Il confronto con gli altri paesi non è drammatico solo per quanto concerne la spesa in istruzione e il numero di laureati: secondo l’ultimo rapporto Eurydice, solo il 9,4% degli studenti in Italia ha diritto alla borsa di studio (in Francia sono il 40%) e solo il 9,8% è esentato dal pagamento delle tasse (contro il 30% spagnolo e la gratuità in paesi come la Germania).
Ma le tasse non sono l’unica spesa che uno studente universitario deve sostenere.
A queste si sommano gli abbonamenti ai mezzi pubblici (con una media nazionale di 200€ per i trasporti urbani, destinata a salire vertiginosamente per gli studenti pendolari), le spese di affitto, mensa, cibo e bollette, i libri di testo e il materiale didattico.
Uno studente fuorisede deve mettere in contro una media di 4.037€ annui per una singola e 2.563€ per un posto in doppia, 2300€ di spese fra casa e alimentazione. A cui si sommano poi i circa 700€ di manuali e materiale didattico, un dato destinato a crescere per diverse facoltà dove arriva a superare i 1000€ (fonte: Federconsumatori)
In totale, si tratta di circa 10mila euro per una vita senza cinema, teatro, musica o musei, spesso del tutto inaccessibili per gli studenti.

 

Istruzione gratuita: una battaglia per tutto il paese!

Detto ciò, quanto ci costerebbe garantire l’istruzione a tutte e tutti? Proviamo a concentrarci ora sulle scuole secondarie di II grado e sulle università.
La spesa pro capite per uno studente di scuola superiore è di circa 984€ annui (pari alla somma dei dati sopra riportati in merito a corredo scolastico e libri di testo) ovvero circa 2,38 mld di €, contando le spese per i trasporti che si aggirano secondo media nazionale tra i 20 e i 30 euro al mese pro capite, il che ci fa pensare ad una cifra complessiva che secondo una media approssimativa ruota intorno ai 760 mln di € l’anno, le spese per il contributo volontario (che ammonta a circa 130€ pro capite su media nazionale, con variazioni a seconda dell’indirizzo e dell’istituto di appartenenza) che si aggirano intorno ai 328,5 mln di € l’anno. Per garantire l’istruzione gratuita agli studenti e alle studentesse delle scuole superiori la somma da investire in finanziamenti ruoterebbe intorno ai 3,46 mld di € annui, cifra che potrebbe essere notevolmente abbattuta garantendo il comodato d’uso in tutte le scuole su territorio nazionale (la spesa per i libri di testo si aggira intorno ad 1,16 mld di €) e promuovendo la produzione di testi scolastici copyleft.
Dai dati esposti precedentemente, per coprire il costo dei trasporti servirebbero poco più di 500 mln di€, 1,6 mld di € per i libri di testo e circa 1,2 mld di € per gli affitti. Un dato quest’ultimo che si inserisce nel quadro attuale di drastica mancanza di posti letto nelle residenze universitarie: per questo riteniamo che sarebbe prioritario un piano straordinario di riqualificazione degli edifici dismessi di proprietà dello Stato o sue partecipate e il rifinanziamento della legge 338/2000 che cofinanzia la costruzione e la ristrutturazione di edifici da dedicare a residenze universitarie, mense e servizi per il diritto allo studio.
Sommando a questi dati quello relativo alla tassazione, si ottiene un totale di 5 mld di € annui per garantire la gratuità dei percorsi universitari.

In totale, con 8,5 mld di € all’anno si potrebbe garantire l’istruzione gratuita in scuole superiori e università.

Ma questo non sembra rappresentare una priorità per il Governo.
La Legge di Stabilità 2018 prevede uno stanziamento di 355 milioni per sgravi fiscali alle imprese che assumono giovani, in particolare al SUD e a seguito di percorsi di alternanza scuola lavoro. Si tratta di una misura che non migliora le prospettive occupazionali dei giovani, come è evidente dai pessimi risultati degli oltre 14 miliardi di sgravi analoghi previsti dal Jobs Act. Questi regali alle aziende hanno portato un aumento dei rapporti di lavoro precario e non hanno minimamente limitato la diffusione del lavoro povero nel Paese. Queste risorse andrebbero invece investite nel diritto allo studio. Allo stesso tempo la Legge di Stabilità presentata dal Governo Gentiloni prevede un aumento della spesa dei vari Ministeri per attività militari e acquisizioni di armamenti del 4%, passando da 24,1 miliardi nel 2017 a 25 miliardi nel 2018 (fonte).

C’è insomma la necessità di una presa di responsabilità da parte delle istituzioni e di un radicale cambio di rotta, restituendo al mondo della formazione in primo luogo quanto sottratto nell’ultimo decennio (dalla 133 in poi) e riconsiderando le necessità del paese: l’istruzione gratuita è una priorità per tutti!