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L’Italia ha oramai un terzo della sua popolazione a rischio povertà ed esclusione sociale. Tra le circa 5 milioni di persone in povertà assoluta, la percentuale maggiore riguarda giovani ragazze e ragazzi. Il dato statistico è sconvolgente. Vi sono infatti 1 milione 292mila di minori poveri ed 1 milione e 17mila di giovanissimi e giovani tra i 18 ed i 34 anni. Il valore è più che triplicato rispetto al 2005. In generale i dati mostrano come i picchi di povertà superiori alla media si hanno principalmente per stranieri, anziane sole e giovani disoccupati.

Il welfare italiano, fondato sulla solidarietà intergenerazionale, si trova per la prima volta  a fronteggiare un paradosso: i Millenials sono la generazione più povera rispetto a quella dei genitori dalla seconda guerra mondiale ad oggi. La povertà relativa colpisce maggiormente le famiglie giovani, aumenta del 14, 6% se il soggetto è under35 a fronte del 7,9% per un over64, eppure le politiche pubbliche restano costruite su un vecchio modello, quello che permette l’accesso al welfare solo per chi lavora e destina ai giovani una percentuale irrisoria di prestazioni, come certificato dallo stesso Inps. Lungi da noi costruire guerra tra poveri, perchè la soluzione non è affatto redistribuire il poco che c’è tra vecchi e giovani, ma costruire nuovi investimenti diretti in favore di politiche pubbliche che aiutino le fasce a rischio, come vi proponiamo con la nostra proposta di Freeducation, moltiplicando le risorse rispetto alla spesa attuale, togliendole ai ricchi per darle ai poveri.

L’istruzione è, infatti, uno dei principali nodi di riproduzione delle disuguaglianze.

Se la dispersione scolastica diminuisce di qualche punto percentuale, resta molto più alta della media europea (14.7% a fronte della media dell’11%) e resta allineata ai dati di minori in povertà e rischio esclusione. Al contempo in Italia vi è record di Neet, con oltre 3 milioni di giovani che non studiano e non lavorano, e di disoccupazione giovanile (37.8% a fronte della media europea del 17%).

A partire da questi dati si configura l’assenza della mobilità intergenerazionale fondata principalmente sulla riproduzione familiare della propria condizione sociale. Ed è qui che l’accesso all’istruzione ha un ruolo determinante. Infatti l’incidenza della povertà assoluta diminuisce all’aumentare del titolo di studio: 8.2% se la persona ha la licenza elementare, del 4% se è almeno diplomata. L’incidenza della povertà relativa cala ancor più nettamente, passando dal 15% per una persona senza titolo di studio (con picchi del 28% al sud) al 5.8 % di una persona laureata. Questo dato ad onor del vero presenta notevoli disuguaglianze territoriali, con una elevatissima forbice tra nord e sud, lasciando i giovani laureati del sud con una incidenza dell’oltre 11% della povertà relativa. Il titolo di studio dipende, infatti, da quello dei genitori, favorendo i giovani che dai 14 anni vivono in casa di proprietà e con almeno un genitore laureato e con professione manageriale. Circa il 63% dei giovani ha lo stesso titolo di studio di madre e padre. Le disuguaglianze quindi si riproducono, come è visibile dai dati sulle percentuale di laureati per distribuzione territoriale tra aree ricche e povere del Paese o delle città.

Istruzione gratuita e di qualità vuol dire prima di tutto dare una possibilità ai tantissimi più poveri a scapito dei pochi ricchi che già le hanno di natura, in particolare per l’accesso al lavoro. Secondo l’Ocse, infatti, tra il 19% di studenti italiani che beneficiano di una borsa di studio, il 12% riceve un ammontare pari o inferiore al valore delle tasse universitarie.

Il possesso di un titolo di studio, però, come dimostrano le statistiche sui working poors e sull’occupazione, non basta per l’accesso ad un lavoro, se si è fortunati a trovare lavoro, invece, non basta per l’accesso ad un lavoro dignitoso. Per queste ed altre ragioni oltre 124mila persone sono andate a vivere all’estero, circa il 15.4% in più dello scorso anno. Questo Paese possiamo dire che si riproduca sullo status quo e sulle disuguaglianze poichè non vi è possibilità per chi, tra gli appartenenti alle famiglie meno abbienti, con tanti sacrifici, prova ad assicurarsi nuove opportunità di assicurarsi prospettive, nè per chi invece è costretto dalle condizioni socio-economiche ad un futuro già scritto.

Per questo è necessario partire da investimenti sul welfare e sull’istruzione, ma con l’obiettivo di costruire da qui una nuova idea di Paese, che intorno alla conoscenza ristrutturi i propri investimenti diretti produttivi ed intorno alla giustizia sociale riconfiguri le proprie priorità. Per questo, non basta solo l’istruzione gratuita, ma serve anche un’istruzione che riveda la relazione col territorio, col mercato del lavoro, con le prospettive del Paese.