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Nell’ultima legislatura il tema della digitalizzazione dell’economia e delle interazioni sociali ha assunto una particolare rilevanza anche nei provvedimenti relativi all’istruzione di ogni ordine e grado. Il dibattito sul rapporto tra il digitale e l’istruzione è molto confuso: da una parte si sviluppa il tema dell’indirizzo del modello di sviluppo, in cui gli Istituti tecnici superiori, i competence center e i Digital Innovation Hub assumono centralità per affrontare la “Quarta rivoluzione industriale”;

dall’altra si moltiplicano le misure, come il Piano nazionale Scuola Digitale, i fondi speciali per i “super-dipartimenti” o il credito d’imposta per le spese di aggiornamento professionale del Piano Impresa 4.0, che dovrebbero fornire ai soggetti in formazione e alla forza lavoro le conoscenze e le competenze necessarie a sfruttare appieno le nuove possibilità dello sviluppo tecnologico. Questi temi vengono affrontati con una narrazione imposta dall’alto degli uffici ministeriali e delle redazioni giornalistiche, semplificando la complessità del processo di sviluppo necessario al Paese in un principio-guida molto limitante: è necessario fornire alle imprese le infrastrutture e le competenze necessarie ai nuovi modelli di business, sarà poi l’autoregolazione del mercato a garantire il progresso economico e sociale. Da questo principio risulta che i principali destinatari dell’innovazione siano le aziende, mentre i cittadini e la loro formazione sarebbero del tutto strumentali alla tutela del profitto d’impresa in una fase di forte concorrenza globale sull’innovazione. Questa impostazione tuttavia rischia da un lato di minimizzare il potenziale innovativo del progresso tecnologico, dall’altro affronta la Quarta rivoluzione industriale tralasciando l’innovazione sociale, la garanzia dei diritti sociali e la possibilità di dare ai cittadini nuovi strumenti di autodeterminazione. Il progresso tecnico-scientifico può riprodurre le disuguaglianze, può mettere in crisi i diritti sociali e peggiorare la condizione di molte persone se viene applicato seguendo gli interessi particolari di una minoranza. Il caso del digital divide, che in Italia significa l’esclusione della maggioranza della popolazione dal benessere fornito dai nuovi sistemi digitali, è emblematico di quanto la rivoluzione tecnologica possa essere un beneficio per i pochi piuttosto che per  molti. Per raggiungere una società più giusta e sostenibile è necessario dirigere democraticamente il processo di innovazione verso un miglioramento delle condizioni materiali di tutte e tutti, non solo verso il miglioramento dei profitti d’impresa.

Per quanto riguarda la didattica, cosa significa seguire un processo di innovazione socialmente sostenibile? Sicuramente il primo aspetto che emerge è quello del rapporto tra la formazione e il mondo del lavoro: alle nuove generazioni, così come ai lavoratori, deve essere fornita una formazione gratuita e di qualità che consenta a tutte e tutti di partecipare allo sviluppo, senza escludere in base a condizioni socio-economiche e  senza creare disuguaglianze tra chi farà un lavoro innovativo perché ha avuto una buona formazione e chi sarà disoccupato, precario o farà un lavoro di bassa qualità perché non ha avuto una buona formazione. Come abbiamo già scritto, l’ordine del problema deve essere invertito: il mercato del lavoro odierno, soprattutto in Italia, non è in grado di sviluppare le capacità dei lavoratori, come dimostrato dai dati sull’over-skilling, perciò dobbiamo riformare il mercato del lavoro e programmare gli investimenti pubblici per evitare che ci siano lavoratori di serie A e lavoratori di B, ma siano tutti tutelati e abbiano tutti la garanzia di una carriera dignitosa e sempre più soddisfacente.

La digitalizzazione del campo di apprendimento: non una nuova disciplina, ma un nuovo paradigma strutturale dell’interazione socio-culturale

L’innovazione didattica quindi non deve essere schiacciata sull’adeguamento ad un mercato del lavoro ingiusto e inefficiente, bensì deve fornire nuovi strumenti affinché i cittadini possano realizzare una società ed un’economia più giuste e sostenibili. Questa necessità non può essere soddisfatta con la semplice introduzione di nuove tecnologie nei luoghi della formazione, poiché un aspetto caratteristico della Quarta rivoluzione industriale consiste nella trasformazione dei rapporti sociali causata dal nuovo sistema di interazione digitale tra persone, tra macchine e tra persone e macchine. La radicalità della trasformazione tecnologica odierna non consiste solo nell’introduzione di nuovi modi di produrre e di consumare, ma anche nell’aumento esponenziale della velocità delle innovazioni e nell’impossibilità di programmare sul lungo periodo quali competenze specialistiche saranno necessarie. I nuovi strumenti di comunicazione in rete permettono l’accesso diretto ad una mole di informazioni come non è mai stato possibile nella storia precedente. Le scuole e le università non hanno più la funzione di contenitori esclusivi della conoscenza, da riversare nelle teste degli studenti: i luoghi della formazione dovrebbero avere oggi la funzione di garantire ai giovani e ai lavoratori gli strumenti e i metodi per padroneggiare queste straordinarie possibilità di accesso ai saperi. Perciò è indispensabile ripensare la didattica come un processo in cui lo studente acquisisce conoscenze e competenze di base, strumenti di apprendimento da utilizzare in autonomia e in cooperazione con i propri pari. Un altro elemento fondamentale è la tensione alla creatività e alla sperimentazione: le cosiddette soft skills, tra cui si cita spesso la capacità di problem solving, risultano realmente utili se vengono acquisite con l’obiettivo di superare e trasformare la realtà in cui si vive, altrimenti risultano capacità sterili e orientate solo alla riproduzione del presente. I luoghi della formazione devono essere palestre in cui sviluppare la capacità di immaginare e condividere tra pari il miglioramento della realtà che ci circonda.

Uno dei grandi limiti delle nuove sperimentazioni didattiche, come l’introduzione dei tablet nelle classi, consiste proprio nella stabilità del metodo didattico: piuttosto che limitarsi a riprodurre la classica lezione frontale con un apparecchio digitale, si dovrebbe utilizzare quest’ultimo per imparare ad acquisire conoscenze e competenze tramite la rete, seguendo un metodo rigoroso di acquisizione e selezione delle fonti informative, mirando ad un obiettivo concreto che orienti il lavoro individuale e di gruppo, con la possibilità di sperimentare e verificare il frutto dell’indagine. La divisione disciplinare classica risulta sempre più obsoleta in ogni campo del sapere: deve essere superata per mirare ad una formazione globale e strutturalmente multidisciplinare. 

L’organizzazione della didattica dovrebbe abbandonare in gran parte l’impostazione per classi numerose e la rigidità del ruolo dell’insegnante, che oggi risulta ancora il centro del processo di apprendimento: dal docente, centro dell’ambiente di apprendimento, provengono  le nozioni che gli studenti dovrebbero accogliere, per poi restituirle all’insegnante-valutatore in una dinamica che tende a riprodurre il sapere in maniera dogmatica. Servono nuovi modelli organizzativi, dove il docente deve abbandonare l’antiquato ruolo di esclusiva fonte del sapere e deve assumere il ruolo di facilitatore nell’accesso autonomo ai saperi. La nuova centralità deve essere data all’iniziativa degli studenti, alla loro capacità di autogestione del processo di acquisizione e verifica delle conoscenze e delle competenze. I nuovi strumenti di comunicazione permettono che l’apprendimento sia un processo cooperativo anche al di fuori del tempo di lezione, con l’interazione in tempo reale nelle fasi di studio extra-curriculare.

In altre parole lo studente deve passare da oggetto ad essere soggetto del processo didattico. Questo cambio di metodologia richiede una serie investimenti concreti: una formazione continua ed economicamente riconosciuta per tutto il personale coinvolto nell’ambiente didattico; delle strutture per i luoghi della formazione in cui gli spazi siano flessibili e permettano diverse formazioni organizzative, come il lavoro in piccoli gruppi, tra classi anagrafiche o disciplinari differenti, in contesti informali così come in laboratorio; infrastrutture tecnologiche avanzate che permettano di utilizzare con il minor ritardo possibile le nuove possibilità offerte dallo sviluppo tecnico-scientifico; l’accesso universale gratuito alla rete internet per tutti i soggetti in formazione.

La didattica come percorso di autodeterminazione dei soggetti: democratizzare i percorsi formativi, liberare la creatività delle studentesse e degli studenti

La democratizzazione della didattica è un elemento fondamentale per rendere lo studente soggetto del processo di apprendimento. I percorsi formativi devono garantire conoscenze e competenze di base – come quelle linguistiche e logico-matematiche – e specialistiche – come quelle informatiche – con degli standard inderogabili, in modo che non si verifichino disuguaglianze nella qualità della formazione tra ambiti sociali e geografici differenti. Allo stesso tempo è necessario abbandonare una concezione della didattica interamente progettata dall’alto dei palazzi governativi, totalmente slegata dalle intuizioni, dalle aspettative e dai bisogni soggettivi degli studenti. Il processo di apprendimento deve affiancare ai percorsi standard la possibilità di sviluppare inediti e imprevisti percorsi di apprendimento, sia nelle metodologie che nei contenuti affrontati. La riappropriazione dei saperi si acquisisce anche tramite la progettazione, da parte degli studenti, di una parte del percorso formativo.

Questa esigenza si è tradotta spesso nell’introduzione di modelli in cui pezzi di percorso formativo sono stati parcellizzati, fino a comporre un “catalogo” di insegnamenti, con i relativi certificati standard per segnare nel curriculum dello studente le esperienze affrontate. Tuttavia questa impostazione non ha alcunché di democratico, poiché questo “catalogo” è strettamente definito da istituzioni e organismi in cui gli studenti hanno scarsa possibilità di decisione, mentre gli obiettivi perseguiti non sono l’espressione delle potenzialità degli studenti ma corrispondono al fabbisogno specifico delle imprese. La determinazione dal basso di una parte di percorso formativo deve essere libera da schemi di parcellizzazione prestabiliti dagli interessi delle imprese, deve essere invece l’espressione di obiettivi formativi collettivamente stabiliti dagli studenti con il supporto delle istituzioni formative.

Per realizzare questa democratizzazione della didattica devono essere disponibili bilanci partecipati per gli studenti nelle scuole e nelle università, per permettere le spese necessarie alla chiamata di docenti o professionalità ricercati dagli studenti, così come per coprire le spese per l’acquisto di materiali didattici. Queste risorse, insieme con gli altri strumenti didattici necessari, devono essere a disposizione degli studenti per realizzare percorsi seminariali, laboratoriali, ricerche sul campo e altre forme di apprendimento che rispondano ad obiettivi stabiliti dagli stessi studenti. In questo modo noi giovani potremmo innovare direttamente il percorso formativo “dall’interno” del processo, mentre ad oggi le innovazioni vengono imposte “dall’esterno” secondo gli interessi delle imprese. Così la didattica diventa processo di liberazione, autodeterminazione e progresso sociale.