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Rendere gratuito l’accesso alle nostre scuole e università significa renderle più accessibili a tutte e tutti, ma anche riconoscere a questi luoghi della formazione collettiva un ruolo di fondamentale importanza nella costruzione di un altro tipo di società, in cui le differenze vengano valorizzate e non esistano esclusione e discriminazione.
Gratuità e qualità sono i presupposti per la costruzione di un sistema formativo più inclusivo, sia in termini economici, sia nelle modalità con cui questo è organizzato: parlare di istruzione inclusiva significa interrogarsi primariamente sulle modalità della didattica e sui suoi contenuti ed il linguaggio con il quale vengono veicolati.

Le metodologie didattiche non possono fondarsi totalmente sul modello di lezione frontale, ma devono sapersi sperimentare e innovarsi sempre. Innovazione, però, non vuol dire solo utilizzare strumentazioni più avanzate, ma anche imparare a far partecipare il gruppo classe e la componente studentesca alle decisioni che vengono prese nei luoghi della formazione, a renderle partecipi anche durante l’erogazione didattica stessa.

Sostituire parte della lezione frontale con cooperative learning e sperimentare in alcuni campi la cosiddetta educazione tra pari (la peer-to-peer education) è utile per costruire dei modelli maggiormente partecipati dallo studente e dalla studentessa. Questi non sono semplici vezzi, ma è necessario per non lasciare indietro nessuno. E’ inoltre centrale puntare alla costruzione di nuove capacitazioni quali intelligenza emotiva, problem solving, capacità relazionale ed multiculturale.

Tuttavia come scriviamo all’inizio, rendere i luoghi della formazione più inclusivi significa anche interrogarsi sui contenuti veicolati all’interno dei programmi didattici: ciò che viene insegnato ha un’importanza fondamentale nella consapevolezza della componente studentesca e nella modalità con cui si costruiscono le relazioni interne ed esterne ai luoghi della formazione stessi.

  • Un’istruzione inclusiva passa prima di tutto dalla sua laicità, cioè dal totale rifiuto di qualsiasi forma di ingerenza da parte del mondo religioso: viviamo in un secolo di migrazioni di massa e di una società in cui tante sono le culture che vengono a contatto tra di loro e che danno vita ad un diverso modo di intendere le relazioni e la quotidianità. Avere un approccio clericale, così come veicolare nelle scuole e nelle università un sapere determinato dalle posizioni della Chiesa Cattolica – come purtroppo avviene nel nostro Paese in particolare con l’Insegnamento della Religione Cattolica o con l’ingerenza degli ambienti cattolici nelle facoltà di medicina – rappresenta un passo indietro pericoloso rispetto alla liberazione dei saperi e alla conquista storica della laicità delle istituzioni pubbliche. La costruzione di una scuola e di una università laiche è centrale anche per lo sviluppo della conoscenza scientifica, seriamente a rischio a causa di fake-news e sentire comune.
  • La costruzione di ambienti di apprendimento che superino la prospettiva etnocentrica occidentale, con la quale troppo spesso vengono insegnate la storia e la geografia, per citarne due su tutte. L’approccio multiculturale, ma soprattutto l’approccio critico alle vicende che vedono o hanno visto soprattutto l’Occidente protagonista è fondamentale, fosse anche solo per dare gli strumenti adeguati a comprendere fenomeni complessi che invece vengono spesso sminuiti nella loro portata o trasmessi in maniera non adeguata, alimentando una visione etnocentrica e colonialista della storia e della cultura in generale che non aiuta certamente a costruire un clima di cooperazione collettiva. Nelle nostre scuole e nelle nostre università i contenuti vengono insegnati in maniera antidemocratica, non lasciando spazio alle voci critiche, ovvero quelle che spesso appartengono ai “vinti” della storia. Infatti la storia che ci viene insegnata oggi è scritta dai “vincitori” e dalle classi dominanti. In merito ai processi storici è particolarmente significativa la centralità del tema bellico. La retorica della “guerra infinita” è una costante all’interno della nostra educazione: l’idea che l’unica strada percorribile sia il conflitto armato rende difficile anche solo immaginarsi un futuro nonviolento. La guerra viene vista non come una scelta ben precisa, preparata, costruita a volte a tavolino, ma come un accidente impossibile da prevedere. Parlare dunque di pace e di cooperazione e solidarietà internazionali è fondamentale per ricostruire un mondo differente in cui l’autodeterminazione dei popoli e degli oppressi della società venga rimessa al centro dei processi storici e politici e culturali. E’ perciò fondamentale rivendicare l’introduzione negli insegnamenti dello studio dei fenomeni di cooperazione e solidarietà che hanno caratterizzato le varie epoche, anche in concomitanza con i grandi conflitti armati: mentre i condottieri schieravano migliaia di esseri umani per inutili massacri, spesso le popolazioni intrattenevano scambi economici e culturali che hanno permesso il progresso della civiltà. In questo modo, il sapere diventa inclusivo anche di tutto ciò che fino ad ora è rimasto escluso dalle pagine dei libri presenti sui nostri banchi quotidianamente. Includere queste storie significa dare il giusto spazio e la giusta legittimità a popoli e culture differenti, oltre che ai loro rapporti pacifici, e permettere uno sguardo critico sul mondo che ci circonda che sappia anche dare il giusto valore alle persone che ci circondano e che non provengono dal nostro stesso contesto sociale e culturale.
  • In tal modo, anche il razzismo potrà essere combattuto e messo a tacere. Attraverso l’educazione creiamo l’antidoto all’odio e alla discriminazione dilaganti nel nostro Paese, perché diamo gli strumenti non solo per difendersi da chi propaganda falsità e xenofobia costante dalle tribune televisive e politiche, ma anche per comprendere l’altro, valorizzandone le differenze, per immaginarsi una terra senza confini in cui nessuna persona sia illegale o straniera. Sembrano paroloni da pacifista terzomondista, ma è il chiaro quadro di un progetto in grado di valorizzare il sapere per poter prendere posizione e per costruire una storia diversa, fatta di popoli cooperanti e culture che si influenzano reciprocamente, contro l’unico vero nemico oppressore rappresentato da chi oggi detiene tutta la ricchezza mondiale e dà vita a conflitti solo per guadagnarne in potere, fonti fossili e soldi. La conoscenza reciproca e la valorizzazione di tutte le culture che ad oggi si incontrano nei nostri luoghi della formazione sono fondamentali per capire assieme come uscire da una dinamica nazionalista ed egoistica che vede nell’altro un pericolo per la propria salute e la propria stessa vita. A quest’ambito soprattutto si aggiungono misure materiali che non possono legittimare la discriminazione: pensiamo per esempio al limite di borse di studio per studenti stranieri in alcune regioni d’Italia, o le difficoltà per uno studente migrante o per uno studente i cui genitori non hanno il permesso di soggiorno di accedere a qualsiasi grado di istruzione, o di imparare l’italiano a causa dell’assenza di corsi specifici gratuiti nelle nostre scuole. L’inclusività passa certamente da cosa si insegna, ma anche dalla capacità, da parte delle istituzioni, di mettere in campo misure in grado di garantire il diritto allo studio per tutte e tutti e di non lasciare indietro nessuno quando si tratta di accesso alla formazione.
  • Attraverso scuole e università inclusive siamo in grado anche di eliminare i percorsi di vita prestabiliti e predeterminati sulla base del genere, degli stereotipi di genere e della divisione sessuale del lavoro. Troppe volte, nelle nostre scuole e nelle nostre università, si insegna l’inferiorità della donna sull’uomo, o si legittima l’idea che alla donna siano preclusi una serie di percorsi e di ruoli all’interno della società solo perché donna. Dunque, pensare alla didattica in termini di inclusività significa veicolare una didattica femminista che sappia dare spazio non solo alla storia dei movimenti delle donne di tutto il mondo ma che sia essa stessa femminista, il che significa insegnare l’eguaglianza, pur valorizzando le differenze, la cooperazione e la solidarietà, e abbandonando dunque messaggi di odio, forza, dominio dell’uomo su territori e corpi, prevaricazione. Un metodo di insegnamento femminista fa proprio questo: si basa sulla partecipazione della componente studentesca, sulla cooperazione, è attento alle differenze e le valorizza, è costruito sull’idea che tutto è differenza. I nostri luoghi della formazione sono lo specchio della società che ci troviamo a vivere e rimarcano troppo spesso quelle stesse differenze di trattamento e discriminazioni verso le donne che vediamo in diversi ambiti: al contrario, proprio dai luoghi della formazione dovrebbe partire il cambiamento e il rovesciamento di quelle stesse logiche. Ad oggi, nelle nostre scuole i linguaggi sono ancora discriminanti e legittimano la disuguaglianza; così come nelle università, se guardiamo la percentuale di donne e di uomini iscritti ai corsi di laurea, secondo l’OCSE, troviamo una percentuale assai alta delle prime nei percorsi umanistici ed artistici, seguiti da donne per circa il 94%, e una percentuale assai alta dei secondi nelle scienze dure, con circa il 79% di uomini iscritti. Il discorso dominante legato alla predeterminazione, sin dall’infanzia, dei ruoli prestabiliti si evidenzia dunque anche nei luoghi della formazione e nella scelta dei percorsi, oltre che nelle opportunità di lavoro successive al titolo che subiscono ancora fortemente la divisione sessuale dei mestieri. E’ centrale investire sui centri studi di genere e sulla modifica trasversale della didattica e dei libri di testo. Scuole ed università devono aprirsi al territorio e costruire strette collaborazioni con i centri antiviolenza e con i consultori, ove possibile entro gli stessi luoghi della formazione. Purtroppo, soprattutto nelle scuole, si reitera la riproduzione degli stereotipi di genere fino a casi limite di bullismo legato al genere, all’essere “femminuccia” piuttosto che “ragazza facile”, per questo è centrale l’educazione alla sessualità.
  • Non solo questioni di genere, ma ogni identità sessuale, nei luoghi della formazione, dovrebbe veder garantita la possibilità di esprimersi e di essere libera da qualsiasi costrizione e costruzione sociale. Che sia per sesso, genere, orientamento sessuale, ogni studente e ogni studentessa dovrebbe poter trovare nella propria scuola o nella propria università il luogo chiave attraverso cui non solo prendere consapevolezza di sé stess*, ma anche essere valorizzat* nella propria differenza e sentirsi al sicuro. Per realizzare ciò è centrale la presenza dell’ educazione alle differenze ed educazione sessuale per la consapevolezza dei propri corpi all’interno delle scuole, punto incompiuto della legge 107 e realizzato timidamente, con l’”educazione al rispetto” da parte del ministero senza vedere come dalle scuole si riproducano le disuguaglianze.

Liberare il sapere e renderlo inclusivo significa dunque dare una opportunità a tutte quelle persone che ad oggi si sentono escluse dai processi sociali, alle soggettività discriminate, attaccate, odiate da più parti, su cui si costruiscono discorsi di odio e discriminazione; vuol dire costruire scuole e università inclusive in cui nessuna persona viene lasciata indietro, in cui gli studenti e le studentesse possono partecipare alla costruzione della didattica e del sapere stesso; vuol dire fornire l’antidoto per la salvaguardia dell’ambiente, dei territori, dei corpi, delle persone; significa dare spazio a questi i luoghi nella costruzione di una società differente, far rivivere questi luoghi nel tessuto sociale in cui sono per trasformarlo e renderlo inclusivo a sua volta.

Lo ripetiamo: il sapere non è neutro ed è fatto per prendere posizione!