2. Una formazione libera dalle esigenze del mercato, per trasformare il lavoro e la produzione
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4. Reddito di formazione, una misura necessaria per l’autodeterminazione di tutte e tutti!
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  • L’Italia è il paese della cultura, dell’arte, della storia…così ci insegnano fin dalle scuole elementari. Ed effettivamente il nostro paese ha un ricchissimo patrimonio culturale. Ma basta davvero questo? Come si mettono le cose se per la maggior parte della popolazione le attività e i contenuti culturali sono inaccessibili? Se uno studente (e non solo) deve scegliere se andare a teatro oppure riuscire a pagare le bollette? Se centinaia di siti vengono abbandonati a se stessi perché, ci dicono, non ci sono soldi?
    Ripartire dalla cultura e dalla conoscenza significa in primo luogo renderle accessibili a tutti: sicuramente non la strada intrapresa dagli ultimi governi. 


La cultura in Italia, un altro specchio delle diseguaglianze


Secondo i dati ISTAT dal 2008 al 2016 si è verificato un aumento del 3,4% della quota di persone che non partecipa in nessun modo ad attività culturali, mentre è accresciuta la partecipazione di coloro che avevano già una pratica culturale intensa. Ancora più recenti i dati sugli ingressi nei cinema, che parlano di un crollo netto del 12,4% rispetto allo scorso anno.

Nel periodo che va dal 2008 al 2016, le famiglie a basso reddito, italiane e straniere, gli anziani e i giovani disoccupati frequentano sempre meno eventi o attività culturali (2 su 10 nel 2016) mentre, a dispetto di una diminuzione generale della fruizione culturale, le pensioni d’argento e la classe dirigente partecipano con quasi la stessa frequenza di otto anni fa ad attività culturali (fonte: Rapporto ISTAT 2017)

Tale rapporto però diventa ancora più aspro se poniamo l’attenzione sui dati di chi non ha partecipato ad alcuna attività culturale nel 2016 stesso: più di uno straniero su due, quasi 1 anziana o giovane disoccupato su due così come una persona su due appartenente ad una famiglia di operai.

Fra le attività culturali che descrivono disparità molto elevate fra gruppi spiccano, infatti, la lettura di libri, i concerti di musica classica e il teatro, che appaiono come quasi esclusive della classe dirigente, delle pensioni d’argento e delle famiglie di impiegati.
Basti pensare che tutti i consumi culturali hanno costi medi estremamente diversi: l’ingresso al cinema costa mediamente 8,50 euro, quello a un museo fra 8 e 15 euro, un posto di galleria per assistere all’opera lirica in una grande città tra i 45 e gli 85 euro.

La dimensione territoriale, poi, ha un ruolo determinante nella partecipazione culturale dei gruppi sociali: nel Nord e nel Centro, gli estranei alla pratica culturale sono principalmente famiglie a basso reddito con stranieri, di soli italiani e della provincia, anziane sole e giovani disoccupati, famiglie di operai in pensione; nel Mezzogiorno, la platea si allarga alle famiglie caratterizzate da un livello di benessere medio e relativamente giovani.
Il 55,5 per cento degli appartenenti alle famiglie a basso reddito con stranieri non ha svolto, nel corso degli ultimi 12 mesi, nessuna forma di attività culturale. 
Tra le famiglie con stranieri residenti al Sud e nelle Isole, la percentuale degli esclusi dalla pratica culturale sfiora il 70 per cento. Non si tratta solo di accesso, ma il più delle volte anche della presenza di luoghi culturali: il 15% dei comuni delle isole e il 33% di quelli del Sud sono del tutto privi di una biblioteca!  

Il rapporto 2016 dell’Agenzia per la coesione territoriale afferma che

Quello in cultura rimane il più grande disinvestimento settoriale che si sia avuto in Italia negli anni 2000, certamente influenzato dalle politiche di contrazione della spesa pubblica, che tuttavia nella cultura hanno pesato più che in tutti gli altri comparti.

Nel contesto europeo, siamo i penultimi, con un misero 0,7% del Pil in attività culturali contro una media UE ben sopra il punto percentuale.

 

Una legislatura contro la cultura


In questo quadro è il contesto in cui si nasce a dare o meno gli strumenti, in particolar modo alle nuove generazioni, per accedere al mondo della cultura.

Quali sono state le politiche messe in campo dall’ultimo governo in merito? E soprattutto, il tema dell’accesso alla cultura è stato davvero colto nella sua urgenza e centralità?

Noi crediamo di no: sulla cultura così come su tanti altri temi, l’azione governativa è stata orientata a misure spot propagandistiche, senza interrogarsi minimamente sui bisogni della popolazione, né sullo stato del patrimonio culturale o del lavoro culturale nel nostro paese.

A questo si accompagnava una tendenza generale alla privatizzazione e alla mercificazione: la trasformazione di musei statali in fondazioni di partecipazione aperte ai privati, lo stravolgimento dell’idea di valorizzazione del patrimonio culturale in termini strettamente legati al mercato e alla monetizzazione, il coinvolgimento dei privati cittadini per mascherare con una finta apertura alla partecipazione popolare la ricerca di finanziamenti e supporto privati volta a colmare l’assenza di investimenti pubblici, come denunciato dalla rete promotrice di Emergenza Cultura.

Intanto l’Italia continua ad essere dipinta come un paese da cartolina, ricca di storia, di arte, di bellezza: è sufficiente girare nelle nostre città per rendersi conto di come nella realtà ci sia davvero poco di tutto questo. La retorica dei pochi poli di eccellenza ha investito appieno anche i beni culturali, provocando un abbandono generale che nelle periferie, nei piccoli centri, in tutti quei luoghi più difficili da trasformare in “trappole per turisti”, si fa sentire ancora più forte. Se a questo si affianca l’inaccessibilità sostanziale della maggior parte dei luoghi e dei materiali culturali per una fetta sempre più larga di popolazione, il quadro che otteniamo è perfettamente coincidente con quello descritto dai dati citati precedentemente.

Ma allora su cosa basa la sua propaganda il governo quando parla di cultura?
Principalmente su un’unica misura, che prova a recuperare consenso su un altro grande tema, sempre spendibile, in campagna elettorale in maniera particolare: i giovani.

Il bonus cultura per i neodiciottenni, con i 500€ per consumi culturali, proposto per la prima volta per i nati nel 1998 (proprio coloro i quali avrebbero votato per la prima volta di lì a breve, con un referendum costituzionale alle porte) e riconfermato anche per i nati nel 1999 e nel 2000, è emblematico della modalità con la quale il governo ha affrontato il problema dei costi della cultura e della formazione.

L’unica politica messa in campo è stata quella dei bonus, della paghetta, delle concessioni una tantum, permette di recuperare consenso nel breve termine e intanto affossa qualsiasi idea di politiche strutturali che aggrediscano realmente il nodo della lotta alle diseguaglianze e dell’universalità nell’accesso al sapere in tutte le sue forme.
Vogliamo dirlo chiaramente: non serve a nulla dichiarare di voler stanziare un miliardo di euro sulla cultura se questi investimenti da un lato restano promesse elettorali e, dall’altro, non vanno a modificare una situazione caratterizzata dall’inaccessibilità per i più ai canali culturali e dalla svalutazione del lavoro culturale.

Che paese è quello in cui solo le élites possono accedere ad un patrimonio culturale che si regge sul lavoro volontario?
Come ci raccontano bene i dati e le storie raccolte dagli attivisti di Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali, nel nostro Paese in sempre più siti museali, archeologici e artistici si assiste quotidianamente al ricatto fra chiusura e lavoro volontario. L’impoverimento e la svalutazione del lavoro, lo smantellamento delle tutele e dei diritti, arrivando all’eliminazione del salario, investono in pieno anche il mondo della cultura: a perderci non sono solo le migliaia di professionisti costretti a lavorare gratuitamente o semi-gratuitamente, ma la cittadinanza tutta.

Fino a che si riterrà il settore culturale come uno dei primi su cui disinvestire, aumentando i costi di accesso e contemporaneamente abbattendo le spese attraverso il ricorso sempre più frequente al lavoro di volontari o al servizio civile, non si potrà parlare realmente nè di tutela, né di valorizzazione, né di diffusione della cultura.


 

 

Oltre le barriere d’accesso e il lavoro volontario, un’altra idea di cultura: di qualità e accessibile a tutti!


I numeri dei rapporti analizzati, pur non lasciando spazio ad interpretazioni e descrivendo statisticamente la condizione del nostro Paese, possono risultare freddi e sterili ad una semplice lettura.
Dietro le percentuali, le tabelle, i grafici presi in considerazione esiste la vita quotidiana dei campioni analizzati, delle persone che hanno risposto a quelle domande descrivendo la propria condizione di vita che, nella maggior parte dei casi, raccontano le difficoltà che si vivono per arrivare a fine mese, dove la priorità non è certo l’accesso ad un servizio culturale.

Risulta paradossale, in un paese che possa definirsi civile, che solo chi se lo può permettere possa accedere ad un determinato tipo di bene culturale.
Tutto ciò diventa ancora più paradossale se le possibilità di accedere al mondo della formazione e della cultura sono determinate esclusivamente dal gruppo sociale al quale si appartiene, sin dalla nascita.
Il tema da porsi, però, non è assolutamente di tipo meritocratico: se le condizioni di partenza, che appunto derivano dal contesto dal quale proveniamo, sono profondamente diverse all’interno del nostro Paese e determinano in maniera totalizzante la nostra possibilità di accedere ad alcune o a tutte le attività culturali che ci vengono offerte, il nostro grado di formazione e la facilità nell’accedere ad eventi culturali o titoli di studio, la discriminante, tra chi può accedere o meno alla cultura, non può basarsi su tale presupposto che perpetuerebbe un sistema in cui chi non se lo può permettere avrà mille ostacoli per accedere a determinate attività culturali, titoli di studio, corsi o beni culturali di vario tipo.

E allora il tema da porsi forse è se serve una discriminante tra chi può e chi non può accedere alla cultura nel più ampio dei suoi significati. Un tema, questo, che può essere affrontato fondamentalmente su due livelli.
Se per democrazia intendiamo una situazione nella quale all’eguaglianza formale si accompagni quella sostanziale, allora non possono essere le condizioni materiali di partenza, il contesto in cui non scegliamo di nascere, a segnare irreparabilmente la nostra possibilità di accedere o meno a determinati gradi d’istruzione o a determinate attività culturali. Ed è per questo motivo che, in un Paese democratico in maniera sostanziale, non possono essere gli ostacoli socio-economici a dettare le scelte sulla nostra vita, sul nostro futuro.
Un tema, quello democratico, che però non deve essere frainteso: dare a tutti le stesse possibilità di accesso alla cultura non significa appiattimento in termini di massificazione ma significa restituire dignità alla nostra scelta rispetto a ciò che vogliamo studiare, diventare, essere.

E’ evidente che questo risultato non si possa raggiungere a costo zero: servono investimenti constistenti per rendere realmente gratuito l’accesso per tutti ai canali culturali. Non ci vengano però a raccontare che non ci sono i soldi, sappiamo bene che non è così, e abbiamo anche alcune idee per recuperare i fondi necessari.

Un esempio fra tutti: abrogare il bonus cultura per i neo-diciottenni consentirebbe di recuperare ben 290 milioni di euro da reinvestire nel finanziamento dei livelli essenziali delle prestazioni culturali e della gratuità dell’ingresso ai musei, monumenti e aree archeologiche statali per tutti, senza discriminazioni legate all’età anagrafica.
Pensiamo sia essenziale rifiutare la politica dei bonus e delle elargizioni una tantum a favore di politiche strutturali, sostenute da una fiscalità generale realmente progressiva: istruzione e cultura inaccesibili sono un costo per tutti!
Se davvero vogliamo parlare di società della conoscenza, allora diventa necessario invertire la rotta e investire nei luoghi della formazione, nei luoghi della cultura e del sapere restituendo a tutti la possibilità di una formazione, formale e non, gratuita e di qualità.